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Deserto di Atacama, Cile

Distese di sale e stormi di fenicotteri sugli altipiani andini

Tutta la bellezza del nulla

di Flavio Grassi

 

Altopiano andino Il deserto di Atacama, nel nord del Cile, è una delle aree più aride del pianeta. Nella sua desolazione estrema si scoprono paesaggi indimenticabili e villaggi dove gli indios hanno imparato da secoli a sopravvivere nonostante la durezza dell’ambiente.

Abbiamo da poco lasciato Antofagasta, diretti a nord, quando un cartello ci informa che stiamo attraversando il Tropico del Capricorno. Ancora qualche chilometro e abbandoneremo la Panamericana con le sue nebbie costiere e lo scarso traffico di camion per addentrarci nella desolazione del deserto di Atacama, la regione più arida del mondo, dove nel 1948 si registrò il poco invidiabile record di un tasso di umidità allo zero percento. Ai lati della strada si susseguono i ruderi delle oficinas salitreras, gli impianti di lavorazione dei nitrati, che nel secolo scorso erano la principale risorsa economica della zona. Per i nitrati, e per questi che oggi non sono altro che informi mucchietti di mattoni crudi, il Cile combatté per cinque anni, dal 1879 al 1884, riuscendo alla fine a privare la Bolivia delle sue coste e il Perù del porto di Arica.

La strada fino a San Pedro de Atacama dovrebbe essere asfaltata. Ma in alcuni tratti le buche sono tanto estese e profonde che alla fine è molto più comodo lasciar perdere quel che resta della strada e guidare sulla sabbia compatta del deserto.

L'oasi di San Pedro compare improvvisamente in un varco fra le rocce come una strana macchia verde in mezzo a un mondo in cui il grigio è interrotto solo dal rosso spento delle rocce di arenaria. Intorno alla chiazza di vegetazione che si nutre della scarsa acqua del fiume (in realtà poco più di un rigagnolo quasi sempre in secca) è cresciuta una cittadina di 2400 abitanti. A San Pedro c'è l'elettricità - per un paio d'ore la mattina e altrettante dopo il tramonto. E c'è il telefono. È qui che faremo base per visitare i molti luoghi affascinanti di questo angolo di deserto ai piedi delle Ande.

Quando passiamo per la prima volta il posto di frontiera di Toconao lo troviamo vuoto, con la sbarra abbassata a chiudere il passaggio sulla strada sterrata. È appena l'alba e riusciamo a farci notare soltanto grazie al cane che abbaia furiosamente quando entriamo nel minuscolo edificio. Finalmente arriva il sergente di turno, che ci saluta finendo di sistemarsi le bretelle. Mancano ancora 130 Km al confine con l'Argentina, ma l'ultimo controllo è qui. Le frontiere fra stati sono una cosa che non riguarda molto gli indios che vivono sparsi sull'altopiano. Noi non intendiamo uscire dal territorio cileno, così il militare si limita a prendere nota dei posti che intendiamo visitare. Ci mostra anche una mappa appesa alla parete, un foglio ingiallito con segni tracciati a penna. Approssimativa ma preziosa perché ci permette di cancellare dalle nostre carte le piste che non esistono più e aggiungere quelle aperte di recente.

Superato il posto di controllo, la strada prosegue ancora pianeggiante e in buone condizioni per qualche chilometro. L'orizzonte è dominato dal cono del vulcano Licancàbur. Sulla sua sommità, a 5916 metri di quota, sono stati trovati i resti di antichissimi riti con sacrifici di bambini. Alcuni dei reperti sono conservati nel bel museo di San Pedro intitolato alla memoria del missionario gesuita Gustavo Le Paige, che spese gran parte della sua vita raccogliendo testimonianze dell'antica civiltà atacamegna. L'esile pennacchio di nubi che si innalza sopra la cima rivela la presenza del lago che chiude il cratere del vulcano, spento da millenni. Una leggenda vuole che sul suo fondo giaccia un immenso tesoro. Pare che alcuni abbiano trovato il coraggio di tuffarsi nelle acque gelide e profonde e siano anche riusciti a riportare in superficie qualche piccolo gioiello d'oro.

Poi troviamo il bivio che cercavamo, in un posto perfettamente arido che, chissà perché, qualcuno ha battezzato «Aguas Blancas» e prendiamo quella che le carte ancora indicano come strada internazionale, ma che in realtà è una pista abbandonata da anni. E non fatichiamo a capire il perché. Attraversiamo un paesaggio che fa pensare primi giorni della creazione, sull'orlo di spaventosi precipizi, profonde ferite nella crosta terrestre aperti da chissà quale cataclisma vulcanico. In alcuni punti la potenza che i sei cilindri del nostro pick-up possono darci è appena sufficiente ad arrancare su per le pendenze che dobbiamo superare. Altrove è l'irregolarità del fondo di fango secco incastonato di pietre spigolose a metterci in difficoltà.

Fango, perché ormai ci siamo lasciati alle spalle il deserto e ci stiamo inoltrando nella «puna», la fascia intermedia fra il deserto e il tetto dell'altopiano. Qui la pioggia è tutt'altro che sconosciuta, anche se non per questo il suolo è meno arido. Le precipitazioni sono concentrate nei mesi di gennaio e febbraio, stagione di temporali estivi, dato che siamo nell'emisfero australe. Ma da queste parti i fenomeni naturali tendono a manifestarsi in forme catastrofiche. Così i temporali diventano tempeste apocalittiche, con fulmini «a globo» che saettano in ogni direzione, trombe d'aria che si rincorrono e inondazioni che in un attimo cambiano l'aspetto del terreno.

O cancellano interi villaggi, come Talabre, le cui rovine sono ancora visibili in fondo a una profonda scarpata. Ora Talabre è stato ricostruito, in una posizione che si spera più sicura. Ma per secoli anche quella del villaggio vecchio era sembrata ideale, addossato com'era una parete di roccia che, fino al giorno in cui si trasformò improvvisamente in una cascata di fango, l'aveva sempre protetto dalla furia dei venti. Perché qui, se le inondazioni sono un rischio, il vento è una tormentosa certezza. Ogni notte, in tutte le stagioni, venti gelidi mettono a dura prova le capacità di sopravvivenza degli indios che si ostinano ad abitare le terre dove hanno avuto la sfortuna di nascere. Come quelli di Tumbrè.

Sulla strada non ci sono cartelli che dicano «Benvenuti a Tumbrè». Sulla nostra carta non c'è traccia di questo villaggio abbarbicato alla roccia. E in realtà chiamarlo villaggio sembra davvero pretenzioso, un po' come chiamare fiume il rigagnolo che passa lì vicino. Nelle tre o quattro casupole di pietra di Tumbrè abita una sola famiglia. Quel giorno sono felici. Una delle femmine di lama ha dato alla luce un piccolo. Vuol dire che anche il bimbo di pochi mesi che una delle donne tiene in braccio potrà continuare ad avere latte, lana per coprirsi e una schiena su cui caricare quei cespugli di llareta che bisogna andare a cercare sempre più lontano.

La llareta è l'unico combustibile che si trovi a queste altitudini. È una specie di muschio che si sviluppa in cuscini duri come sassi. Un ceppo di medie dimensioni impiega secoli a crescere. Una volta strappato dalla roccia, deve essere lasciato seccare per diverse settimane e, quando è finalmente pronto per essere usato, brucia in pochi minuti.

La conversazione con la famiglia di Tumbrè non è facile. Conoscono soltanto poche parole di spagnolo, e noi non comprendiamo la loro lingua. Riescono a farci capire che vorrebbero celebrare l'occasione con una foto di famiglia, lama compreso, e noi siamo ben felici di accontentarli con una Polaroid prima di rimetterci in cammino.

Finalmente arriviamo alla nostra destinazione: la Laguna Lejía, un piccolo lago salato che ospita una grande colonia di fenicotteri le cui ali rosa si stagliano contro il nero dei coni vulcanici tutto intorno. Siamo a oltre 4200 metri di quota, e dobbiamo fare i conti con il soroche, il mal di montagna che ci rende faticosi anche i movimenti più cauti. Questa laguna non è grande come quelle più famose sul versante boliviano ma, se possibile, ancora più affascinante. Qui la solitudine è assoluta. Oltre all'immancabile vento, gli unici rumori sono quelli dei flamingos. Mucchietti di ossa calcificate dal sole testimoniano della presenza di animali, soprattutto vigogne e qualche predatore.

Non lontano dalla Laguna Lejía, Socaire è l'ultimo villaggio prima della frontiera. È domenica quando lo visitiamo e la campanella della minuscola chiesa sta chiamando a raccolta i fedeli. Il prete però non c'è. Viene qui solo due volte l'anno, ci spiega il vecchio sacrestano, a Pasqua e il giorno della festa del patrono. Per il resto, gli abitanti si arrangiano da soli. La parte centrale della loro celebrazione domenicale è la danza del llamero, nella quale sopravvivono forti elementi degli antichi riti pagani.

Se l'escursione alla Laguna Lejía e al villaggio di Socaire ci ha dato un assaggio degli immensi spazi della puna, le emozioni più forti vengono il giorno dopo, quando visitiamo il Salar de Atacama, una immensa crosta di sale che si estende per oltre 3000 Kmq, poco meno della Valle d'Aosta. Fino a una ventina d'anni fa, il Salar non era che un'area pittoresca nella sua tremenda sterilità, con superfici di sale candido interrotte da pozze d'acqua dagli incredibili colori, a cui si alternano distese che da lontano appaiono come campi arati. Le zolle però non sono di terra ma di un impasto di sale e sabbia. Poi si scoprì che queste zolle dagli spigoli taglienti come lame racchiudono il più grande giacimento di litio del mondo.

L'industria del litio sta rapidamente cambiando la faccia del salar. Grandi autocarri lo percorrono in lungo e in largo alla ricerca dei punti più ricchi di metallo, creando un dedalo di piste non riportate su nessuna mappa, tranne forse quelle dei responsabili della miniera. Riusciamo a perderci, nonostante le indicazioni dei carabineros di Toconao. È grazie alla fortuna - e alle taniche di benzina di riserva che ci portiamo sul furgone - che alla fine riusciamo a ritrovare la strada principale che, a notte inoltrata, ci riporta a San Pedro.

È notte fonda anche quando partiamo per visitare i geyser del Tatio. Gli spettacolari pennacchi di vapore si innalzano ogni giorno all'alba. Durano solo pochi minuti, poi per altre ventiquattrore dai crateri torna a gorgogliare placidamente l'acqua calda che si spande sul terreno colorandolo dei minerali di cui è ricca. Arriviamo dopo quattro ore della solita pista a malapena distinguibile dal deserto e, con nostra sorpresa, troviamo l'accesso alla zona dei geyser chiuso da una sbarra. Questa volta, però, niente carabineros. Non appena ci fermiamo, arriva di corsa il guardiano della stazione sperimentale costruita alcuni anni fa per studiare le possibilità di sfruttamento dell'energia geotermica. Ci spiega che ha un problema: il suo piccolo generatore si è rotto, le batterie sono tutte scariche e lui da tre giorni non può usare la ricetrasmittente. Gli promettiamo di aiutarlo e, dopo aver visto i geyser, torniamo da lui. Collegandosi alla nostra batteria, Manuel riesce finalmente a parlare con la base di Calama per chiedere che gli mandino un nuovo generatore e le provviste che cominciano a scarseggiare.

Prima di lasciare San Pedro e il «Norte Grande» dedichiamo ancora una giornata all'escrusione al villaggio di Ollague, sul confine con la Bolivia. Il villaggio prende il nome dal vulcano che lo sovrasta minaccioso con gli sbuffi di vapori solforosi che salgono dalle sue bocche attive, a oltre 6500 metri di quota, e non è altro che una fila di case accanto alla ferrovia che porta le merci boliviane fino al porto di Antofagasta. Ma, come spesso accade da queste parti, lo spettacolo non è tanto nella meta quanto nel percorso: quattro ore sulla strada che corre parallela all'unico binario della linea ferroviaria, fra distese di sale, lagune, cave di borace, surreali stazioni dove la sala d'aspetto è un carro merci rovesciato.

Quelle del salar, delle lagune piene di fenicotteri, dei villaggi dove ci sono le antenne paraboliche per le tv satellitari, ma l'energia elettrica per farle funzionare è una ricchezza preziosa sono immagini che ti rimangono negli occhi. Immagini che valgono tutte le fatiche di un viaggio non certo facile ma che cominci a pensare di ripetere non appena sali sull'aereo di ritorno.



Vedi anche:

Guida Cile

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