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Canarie, Lanzarote, Spagna

Dietro i resort affollati, i paesaggi dell’interno regalano forti emozioni

L’isola dei vulcani che furono

di Flavio Grassi

 

dromedari nel parco TimanfayaC’è il mare, ci sono le spiagge, ci sono anche le discoteche le piscine i fast-food, il chiasso e i condomini in multiproprietà. E poi il parco nazionale Timanfaya con le comitive, i geyser artificiali e le passeggiate in dromedario. Ma Lanzarote è soprattutto il suo interno: i silenzi delle stradine deserte, le vigne coltivate sulla lava nera, il vento che cambia i colori.

Appena sceso dall'aereo ho pensato che sarebbe stato meglio andare da un'altra parte. Ero immerso in una nuvola gialla che creava un'atmosfera ovattata e vagamente irreale. Sapevo che cos'era, quella luce l'avevo già vista: sabbia. L'aria era satura di sabbia impalpabile. Ne senti subito il sapore in bocca, penetra fino all'interno delle valigie, si deposita su abiti e macchine fotografiche. E, soprattutto, ti fa sentire disorientato. Come la nebbia fitta della bassa padana, ma peggio, perché questa è anche carica di luce abbagliante, toglie tutte le ombre e dà a tutto quanto il suo colore giallo ocra. È una condizione che di solito ti aspetti di incontrare nelle oasi del Sahara, quando soffia il vento e ti sembra di essere caduto dentro una vecchia fotografia, di quelle virate seppia, dove l'immagine è disegnata da gradazioni di marrone. Ha il suo fascino, ma te l'aspetti nel deserto, per l'appunto, non su un'isola dove sei venuto a cercare il mare.

Colpa mia, naturalmente: avrei dovuto ricordare che Lanzarote è l'isola più orientale delle Canarie e la costa africana, con l'oceano di sabbia del Sahara, è vicinissima: solo un centinaio di chilometri. Tutti quelli a cui chiedevo della nebbia sabbiosa, appena arrivato in aeroporto e poi in albergo, si affannavano a dirmi che era un evento eccezionale, mai visto, e che comunque sarebbe durato solo qualche ora. Mentivano, come mentono gli abitanti delle isole tropicali quando arrivi con la pioggia e loro giurano che non pioveva da anni, e comunque durerà poco. E continuano a ripetertelo anche al terzo giorno di cielo che diventa nero e vomita acqua appena ti avvicini alla spiaggia. Alla fine, però, la nuvola gialla in cui sono rimasto immerso per quattro giorni mi ha aiutato a capire meglio il fascino strano di Lanzarote.

Prima di tutto, bisogna dire che se vai a Puerto del Carmen ti sembra di essere capitato in un qualsiasi vacanzificio di massa. Potresti essere a Gran Canaria, alle Baleari, sulla Costa del Sol. Stesso ammasso caotico di alberghi residence bar discoteche tattoo-shop e ciarpamerie varie. Ho conosciuto un gruppetto di ragazzi inglesi che erano già stati a Lanzarote due volte e non avevano mai messo il naso fuori da Puerto del Carmen. Discoteca fino all'alba, lentissimo risveglio con qualche birra e un cartoccio di patatine sul bordo della piscina, pub, discoteca fino all'alba; un paio di puntate avventurose fino alla spiaggia; shopping canonico. Fine della settimana. Costa poco, si divertono e pensano che torneranno di nuovo, anche se l'ultima volta una delle ragazze è stata scippata: «Non ero attenta, adesso ho imparato a tenermi la borsa ben stretta sulla pancia quando passeggio.»

Più a nord, a Costa Teguise, c'è tutta un'altra atmosfera. Questo è un centro turistico progettato a tavolino, prima non c'era nient'altro che una bella spiaggia. Ci sono alberghi, mediamente di livello un po' più alto che a Puerto del Carmen, ma soprattutto ci sono molti residence e complessi in multiproprietà. Questo è territorio di famigliole che fanno la spesa al supermercato, cucinano in casa e passano le serate giocando a Trivial Pursuit con i vicini di veranda. C'è anche qualche locale, certo, ma se appena possono, i figli adolescenti il movimento vanno comunque a cercarlo a Puerto del Carmen.

Atmosfera abbastanza simile a Playa Blanca, l'ultimo nato in ordine di tempo fra i centri turistici. A differenza di Costa Teguise, fino a qualche anno fa questo era un grazioso e sonnolento villaggio di pescatori con al massimo qualche affittacamere. Si vede che lo sviluppo turistico è recente perché le costruzioni sono più discrete e cercano di non stravolgere troppo l'atmosfera originale. Se uno cerca una vacanza tranquilla ed è disposto a prendere la macchina quando vuole uscire a cena, questa è probabilmente la base ideale.

Tre poli di sviluppo turistico, tutti sulla costa est, tutti in aree ben circoscritte. Fuori, c'è Lanzarote, l'isola che gli adolescenti chiassosi di Puerto del Carmen possono anche non vedere mai e le famigliole di Costa Teguise e Playa Blanca attraversano una o due volte nella loro settimana di vacanza: per visitare Timanfaya e il giardino dei cactus.

L'isola che, a forza di parlarne male per il suo essere «niente di speciale», emerge come l'unico vero personaggio indimenticabile del dimenticabilissimo libretto che Houellebecq le ha dedicato un paio d'anni fa. Svanite dalla memoria nel momento in cui chiudiamo l'ultima pagina le scene di sesso con cui l'autore vorrebbe scandalizzarci, tanto trasgressive che ormai si intuiscono - quando non sono proprio esibite - anche negli spot in prima serata, restano vivi nella memoria solo i vuoti di Lanzarote, le assenze che ne fanno un universo unico.

Lanzarote è un'isola vulcanica, ma i vulcani - intesi come le montagne a forma di cono con un cratere in cima - non ci sono più. Come in tutte le Canarie, che dai vulcani sono nate, una volta c'erano. Poi, nel mese di settembre del 1730, i vulcani si sono suicidati. Hanno impiegato sei anni per distruggersi completamente. Sei anni di solitudine: le fazendas dei signorotti locali, le chiesette barocche al centro dei villaggi, le casette bianche dei contadini erano già sparite nei primi giorni, insieme ai raccolti, ai pascoli, alle pecore e a intere famiglie. Dopo quei sei anni di eruzione continua, tutta la parte occidentale dell'isola, la più fertile - quella con i campi e i villaggi, per l'appunto - era coperta da un mare di lava nera. Che oggi è la principale attrazione paesaggistica dell'isola, protetta dalla Spagna come parco nazionale e dall'Unesco come riserva della biosfera. Perché su quella immensa distesa di lava gli studiosi possono osservare giorno per giorno la ripetizione delle fasi della creazione del mondo.

Noi turisti, che solo dall'affiorare qua e là di qualche chiazza di colore un po' più chiaro riusciamo a intuire qualche cosa del lavoro inconcepibilmente lento dei licheni che trasformano la lava in terra, ci accontentiamo di osservare la spettacolarità un po' inquietante di questo deserto nero.

Sì, nel cuore del parco c'è anche il centro turistico con il ristorante dove si cucina sulle pietre riscaldate dal magma che continua a ribollire sotto la superficie. E il geyser a comando, il cui sbuffo di vapore è provocato da un inserviente che, con gli spettatori raccolti in cerchio, vuota un recipiente d'acqua in una fessura della roccia. Ci sono i dromedari che ti portano a fare un giro sulla cenere di lava, ed è divertente; anche perché il pelo chiaro dei cammelli su questa strana sabbia nera è già da solo una curiosità.

Ma l'atmosfera di Timanfaya la senti indugiando lungo le stradine che lo attraversano quando se ne sono andati tutti i pullman delle escursioni di mezza giornata, mentre i ragazzi dei dromedari guidano i loro animali verso casa e la luce comincia a diventare più calda. Se ti fermi troppo a lungo in un punto qualsiasi ad ascoltare il vento e guardare le ombre che cominciano ad allungarsi sul vuoto, dopo un po' arrivano i guardaparco a dirti che non si può parcheggiare lungo il bordo della strada. Non importa, tanto ormai hai rubato le sensazioni e non te le porta più via nessuno. Anzi, gironzolando per l'interno dell'isola, su strade dove ti puoi fermare quanto vuoi perché tanto non dai fastidio a nessuno, si rafforzano e arricchiscono. E ti viene da sorridere quando passa una macchina carica di gente in cerca di cose da vedere, e guardano te cercando di capire cosa diavolo stai osservando in quel nulla.

Se non è vero che il vento del deserto carico di sabbia sia un evento così eccezionale come volevano farmi credere, è sicuramente vero che per la maggior parte del tempo il vento soffia nella direzione opposta, portando sull'isola l'aria carica di umidità dell'Atlantico. Anche qui, come nelle altre isole dell'arcipelago, la costa occidentale, quella esposta all'oceano aperto, è più selvaggia e rocciosa di quella che guarda verso l'Africa. C'è anche qualche tratto di spiaggia e, a Famara, qualcuno ha provato a creare strutture turistiche. Senza eccessiva fortuna, però. E si capisce: se non fosse che fa più caldo, sembrerebbe di essere in Irlanda, con le nuvole che ti corrono continuamente sopra la testa e un mare grosso che attira le imprese di qualche intrepido surfista nordico, ma non ti invita certo a sguazzare mollemente vicino a riva.

A differenza di altre isole vulcaniche, però, siccome qui non ci sono più rilievi significativi (il punto più alto non arriva a 600 metri) la pioggia, quella sì, è rara per davvero. Troppo rara per intaccare l'aridità del suolo. Nonostante questo, fino a pochi anni fa l'agricoltura era la principale attività economica dell'isola (oggi il primo posto è stato preso dal turismo). Ma quello che dopo l'esplosione dei vulcani il meteo non fa più da solo, hanno imparato a farlo i contadini.

La piana di La Geria, con le sue distese ordinate di crateri artificiali scavati nella sabbia lavica nera, è una delle icone dell'isola. Ciascun cratere è orlato da un muretto a mezzaluna, orientato in modo da raccogliere il vento come una vela. Così la pomice spugnosa preleva un po' d'acqua dall'aria e la trasmette alla piantina di vite che cresce nel mezzo. Mantenere quei campi è un lavoro ingrato: fra l'altro bisogna sostituire regolarmente la cenere lavica, che si ossida e perde spugnosità, con pomice fresca scavata appositamente. Ma il Malvasia che se ne ricava vale lo sforzo. E anche quello è un ricordo che rimane.