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Parco Tortuguero, Costa Rica

Una escursione notturna

L’emozione nell’uovo

di Lucio Valetti

 

Costa Rica, foresta Appostati sulla spiaggia in una notte senza luna, aspettiamo le tartarughe.
Intorno c’è tutto un paese stipato di natura selvaggia. Ma le tartarughe verranno all’appuntamento?

L'appuntamento è per la sera tardi, appena si fa buio pesto e il mare e il cielo finiscono insieme dentro la stessa ovatta piena di umori. Gli umani se ne vanno a dormire e le tartarughe del Costa Rica, testarde, si ostinano a ripetere il rito millenario della deposizione delle uova su questo spiaggione atlantico. Non è che sia un rito inutile, come qualche volta capita con i riti. Di uovo in uovo sono arrivate fin qui dalla preistoria, o magari anche prima, nonostante predatori di vario genere e umani che da sempre hanno voluto far frittate con le loro uova e brodini con la loro carne. Insomma, ce l'hanno fatta, e oggi andarle a vedere è una di quelle quattro o cinque cose al top della classifica dei must naturalistici da vivere in prima persona. Non so, come collezionare i big five (elefante, bufalo, leopardo, rinoceronte e leone) quando vai a fare i safari nei parchi africani. O vedere i gorilla nel Virunga nell'ex Zaire, ex Congo che adesso deve avere cambiato nome un'altra volta e non so quale sia perché uno non può mica star lì a cambiare gli Atlanti ogni poco. O le balene su nel Maine, gli orsi in Alaska, i lupi in Abruzzo e via dicendo. Che uno pensa sian cose facili perché la banda dei divulgatori scientifici, a cominciare dai precursori come i Piero Angela e famiglia, ce lo fanno credere. Ma non è come alla televisione che di balene ne vedi a centinaia per serate intere, che gli orsi alaskani li vedi in primi piani talmente stretti che ti sembra di essere lì con loro a scuoiare poveri salmoni, che le cacce dei felini africani sono cose tanto comuni da venirti a noia. In realtà quel che si vede in una serata «scientifica» non lo hanno visto in una vita i ranger alaskani, le guide di Zaire-Congo e i pastori d'Abruzzo messi insieme. Figuriamoci uno che fa il turista per una settimana. Ma quando ti capita dal vero capisci che è un'altra cosa. Che è totalmente diverso. Che un branco di leonesse che cattura una preda, la uccide e la divora, in scene straordinarie, con inquadrature straordinarie, riprese, come si dice, mozzafiato, non valgono un leone dal vero che dorme sotto un cespuglio e sbadiglia quando passi tu, turista, perché di turisti ne vede centinaia al giorno.

I Piero Angela illusionisti li ho lasciati perdere da tempo. So come vanno le cose. Non m'illudo. Non ci saranno tartarughe. Personalmente le lascerei anche in pace, mi basta essere qui. In questo posto, che si chiama Tortuguero mica per caso ed è uno dei venti parchi nazionali del Costa Rica. Starsene qui senza ansie di trofei naturalistici televisivi dovrebbe già bastare. Arrivarci è già un'avventura.

È nella parte nord-est del Paese. Si comincia da San José, la capitale, dove si arriva sempre, dove tutti arrivano. Si va via di buon'ora in macchina, su una strada che sale in mezzo a monti coperti di un verde quasi spugnoso tanto intenso che non sembra neppure vero, fino a una città che si chiama Guapiles, una specie di piccolo formicaio dove però le formiche sono colorate di magliette sdrucite e bermuda al ginocchio, come di solito ci si veste da queste parti. Poi si scende nella piana che si affaccia sul mare, si attraversano piantagioni di banane che sembrano infinite e che sono tutte di una nota, tremenda multinazionale - che non dico per via delle querele - che in Costa Rica fa il bello e il cattivo tempo influendo terribilmente sull'economia e inquinando mezzo Paese con i pesticidi che fanno diventare le banane gialle e lucenti, sennò sarebbero opache e butterate. E si arriva a un'altra cittadina con un nome, Batan, che è la contrazione di Bad Town, città cattiva, come l'avevano chiamata nel tempo in cui era abitata solo dagli schiavi neri impiegati nelle piantagioni di caffè. Perché la storia del Costa Rica è complessa, lunga e anche affascinante. E poi si arriva a Freeman, altro nome evocativo, stavolta del tempo in cui i diritti civili venivano riconosciuti a tutti. Qui c'è il rio Pacuare. Un fiume limaccioso, come tutti i fiumi di qui, marrone di fango e rosso di mangrovie. Una via d'acqua che si unisce ad altre, come il rio Parismina, il rio Tortuguero e una serie di canali indecifrabili che conoscono solo quelli di qui, che si portano dentro un mondo liquido, senza strade, senza auto, senza supermercati e neppure città.

Non si capisce subito dove si è finiti, non ci si rende conto del posto. Bisognerebbe volarci sopra: quel che si vede da terra, scivolando sull'acqua gialla, è una confusione totale di canali che non finisce mai e ti chiedi dove ti stanno portando. Un tempo, quando erano solo le piroghe lunghe e sottili scavate in un albero a scivolare sull'acqua piatta, non doveva sentirsi neanche un rumore. Qualche latrato dalla giungla, i versi delle scimmie che fanno sempre casino, i richiami degli uccelli. Oggi sono i fuoribordo giapponesi la voce di questo mondo liquido. Si va più in fretta che con le piroghe ma ci vogliono sempre ore per raggiungere un lodge nel cuore del Tortuguero. La legge vieta gli alberghi classici, consente solo questi piccoli villaggi fatti di pochi cottage nascosti nella foresta. I cottage sono di legno scuro come gli alberi intorno, i vialetti tra i cottage sono lastricati di pietra e legno, a un pontile sul canale sono attraccate alcune barche con a poppa Yamaha da molti cavalli. Il canale corre parallelo alla spiaggia sul Mar dei Caraibi, separato da una striscia di pochi metri di terra.

Il Costa Rica ha almeno tre cose che sconcertano e ne fanno un Paese diverso. Primo: non ha militari. Un giorno, nel 1949, il presidente Pepe Figueres ha abolito l'esercito, chiuso le caserme, venduto carrarmati e cannoni, licenziato soldati e generali (quelli che di solito da queste parti hanno il gusto dei colpi di stato) per dirottare il budget fino allora destinato alla Difesa verso l'assistenza e l'istruzione. E nel Centroamerica atteggiamenti di questo genere sono rari. Ma il Costa Rica ha avuto anche un presidente, Oscar Arias, insignito con il Nobel per la pace.

Secondo: ha sottratto più di un quarto del suo territorio allo sfruttamento industriale e alla speculazione per farne aree protette. In totale, contando i venti parchi nazionali e sommando le riserve biologiche, le riserve forestali e quelli che chiamano i rifugi di vita silvestre, si arriva a ottanta istituzioni per un totale del 27 per cento del territorio.

Terzo: ha tutte, o quasi, le varianti di foreste presenti sul globo e tutte o quasi le specie animali. Per l'esattezza 34.000 specie di insetti classificati, 1200 tipi di orchidee, 208 specie di mammiferi, 850 specie di uccelli, 220 di rettili, 160 di anfibi, non si sa quante farfalle e falene, 9000 specie di piante. E poi foreste pluviali, tropicali secche, a foglie caduche, nebulari, 112 crateri vulcanici, spiagge di sabbia bianca, nera e rosa, paludi di mangrovie, una giungla attraversata da centinaia di canali e corsi d'acqua. Su una superficie che misura lo 0,003 per mille del globo, cioè niente, e in un dislivello di 3.800 metri, vive stipato il 5 per cento della flora e della fauna di tutto il pianeta. E una rappresentazione straordinaria di ambienti diversi. Tutto dentro lì. Ha anche due mari opposti, contrastanti, diversi nell'intimo, nell'essenza, nell'aspetto, nei colori, nello stile. Perfino nei turisti che li frequentano, nelle barche che li navigano. Il Pacifico a ovest, il mar del Caribe, propaggine dell'Atlantico, a est. A un giorno di cammino l'uno dall'altro. Come si fa a non sentirsi piccoli e affascinati dentro questa cosa?

Ha anche altri primati «artificiali» e passati. Ma dei fasti dorati del tempo del caffè (quando una tazzina bevuta in Europa arricchiva giorno dopo giorno il Costa Rica), delle architetture barocche, delle case ornate della fine dell'800 quando la capitale San José era una stella che poteva oscurare metropoli europee e americane è rimasto poco. Giusto qualche monumento (il Teatro nazionale, il Gran Hotel, il Key Largo, il Teatro di Varietà e pochi altri) soffocato dentro architetture senza anima sepolte da una ragnatela di cavi elettrici e coperte da insegne pubblicitarie. Un modernismo mal inteso ha cancellato tutto. Ma San José è stata la terza città al mondo ad avere l'energia elettrica, dopo Parigi e New York. La seconda ad avere i tram. Una delle prime ad avere un cinema con proiezioni regolari.

Si aspetta la notte e poi si va. Dalle tartarughe, dico. Una guida davanti, noi dietro. Siamo una decina, nel buio totale, su una spiaggia piena dei detriti del mare, in silenzio, in fila indiana, religiosamente. Loro, le tartarughe, sono lì fuori, aspettano una notte senza luna come questa per venire a deporre in una buca nella sabbia una serie di palline da ping pong. L'ho già visto da Piero Angela: le coprono alla meglio e poi se ne tornano in mare. Le uova si schiuderanno, i tartarughini correranno verso il mare e, come nello sbarco in Normandia solo che qui è al contrario, se ne salveranno solo un po'. Ma basteranno per andare avanti e aggiungere una stagione al milione di anni già conquistati. Silenzio, buio, non resta che starsene lì ad aspettare sussurrando qualcosa con gli altri. Una, due ore, forse tre. Non si vede niente, neanche le lancette dell'orologio. Poi una tartaruga verde, una delle tante specie che bazzicano da queste parti, arriva. Si è fatta faticosamente la spiaggia. Scava faticosamente la buca. Depone la sua dozzina di palline da ping pong. Fa dietrofront e faticosamente riprende il mare.

Proprio come alla televisione. Solo che qui ti emozioni.



Vedi anche:

Guida Costa Rica

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