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Lago di Iseo, Lombardia

Viaggio intorno al più piccolo dei grandi laghi lombardi

Ballata del lago incompreso

di Lucio Valetti

 

Lago d'Iseo, PisogneTroppo piccolo per essere grande, troppo grande per essere piccolo, il Sebino, settimo lago d’Italia per estensione, ha una immagine poco definita, come i suoi colori spesso stemperati nella bruma: ma chi sa guardare dietro le cartoline trova molti motivi per innamorarsene. Come è successo al nostro inviato.

«Una virgola d'azzurro nel verde, incastonato tra pianura e colline», direbbe un poeta di second'ordine. Solo che i poeti, seppur di scarto, raramente cantano questo lago. Un po' defilato, poco «marino». Anche poco mondano, come si dice. Ma di una bellezza rara. Lui, il lago stesso, e i dintorni: la pianura da cui origina in basso e le montagne che via via lo chiudono e circondano. Lago difficile da capire. Troppo grande per essere uno dei tanti deliziosi laghetti di montagna, da pescarci le trote e meditare nel silenzio con le pinete alle spalle. Troppo piccolo, raffinato per sfondare nel grande business turistico. Ma capace, paradossalmente, di raccoglierne gli estremi: sui lungolago delle passeggiate domenicali o nei rifugi nascosti tra le alture a strapiombo, nei campeggi estivi o nelle ville affacciate sull'acqua, nelle trattorie dove si mangiano piatti popolari o in ristoranti impeccabili si incontrano il sereno turismo famigliare delle gite fuoriporta, l'essenziale vacanziero olandese innamorato della natura che arriva con tenda o roulotte e il sofisticato viaggiatore che rifugge gli orrori simil-balneari di altri laghi. Genuinità e ricercatezza in un contrasto vistoso, stupefacente, strano ma mai stridente perché, alla fine, si fonde in una purezza comune.

Il Sebino, o Lago d'Iseo per via di una piccola capitale sulla riva est che si chiama così, è messo lì come una cicatrice morenica tra la Bergamasca, nel senso di provincia, e il Bresciano, altra provincia, che se lo dividono senza litigare. Più che una sola entità «etnica», più che un solo popolo del lago, sono due riviere distinte, una a testa. Non fa niente se poi a nord e sud sono unite, del tutto incidentalmente. In comune, semmai, un ingiustificato, strisciante, senso di inferiorità.

È che a cinquanta chilometri di statale, ma in linea d'aria meno, c'è il lago di Garda, la stella, dispensatore di cartoline e di antico prestigio fin dai tempi dei romani e di Catullo, che non era un poeta di second'ordine. Sole, luci, colori, spiagge, barche, regate, motoscafoni, discoteche, trambusto, folle estive, esibizione. Sempre uguale, vistoso, quasi una Costa Smeralda. È che appena a nord ci sono il lago d'Idro e il lago di Ledro, quelli sì piccoli, struggenti laghetti di montagna da trote e meditazione. Acqua blu scuro, cieli azzurro deciso, boschi verdi intorno, niente mezzi toni. Facili da capire. Il Sebino è lì a metà. Toni tenui, qualche volta smorti. Delicato, silenzioso, colori pastello, brume, gabbiani sull'acqua, falchi sopra le cime dei monti. Un quadro di Folon.

Così il Sebino s'è fatto, perché si deve dare un'identità a tutto, questa fama di lago intimista e un poco rude. Abitato da romantici pescatori e teneri barcaioli, qualche volta coperto da lievi foschie che annullano i colori e nascondono le rive, qualche volta perfino battuto da venti di forza marina che provocano la «sarneghera», una vera tempesta degna delle Bocche di Bonifacio che ogni tanto frulla il lago. Quanto di meno adatto, o noioso, o difficile ci possa essere per un luogo da vacanza. Rifugio per uccelli migratori o per intellettuali con vocazione all'eremitaggio. Una realtà immobile, sospesa a mezz'aria, persa nelle sue mitiche, leggere brume.

Ma al contrario la storia del Sebino è una storia dinamica, e la realtà di oggi viva e prorompente. Fare il pescatore su un piccolo lago come questo non aveva niente di romantico e tirare su ogni giorno dall'acqua abbastanza «aole», che sono celebri minuscoli pescetti che fanno un piatto tipico, per la famiglia era una vita dura. Così i pescatori sono diventati ristoratori. E di successo. La tinca al forno con la polenta, altro ruvido piatto da pescatori, ha avuto l'importanza che ebbe l'oro nel Klondike. Quasi un fenomeno di massa, oggi lievemente diminuito, che trasformò un pacifico villaggio sulla costa bresciana, Clusane, frazione di Iseo, in una specie di mecca per quel semplice turismo della gita domenicale. Clusane diventò un borgo di ricchi ristoratori con il sacrificio di tonnellate di tinche, che naturalmente non si pescano più qui davanti ma si importano da altri laghi.

I barcaioli, poi, avevano cominciato a costruirsele da soli le barche. Partirono con piccoli cantieri artigianali e maestri d'ascia lacustri capaci di opere d'arte galleggianti, fino ad arrivare al mito dei Cantieri Riva, con quei motoscafi di legno simbolo della «bella vita» anni '60. Nascevano qui gli Acquarama e poi naturalmente la bella vita andavano a farla sulla Costa Azzurra o semplicemente sul Garda. Riva è ancora un marchio di prestigio mondiale, come i Cantieri di Sarnico, costruttori di yacht da favola; e poi ci sono tutte quelle piccole realtà artigianali che non hanno mai smesso, di padre in figlio, di fare le barche «a mano». Oltre a una serie di aziende dell'indotto, dall'arredamento alle attrezzature. Gli sceicchi arabi la barca arredata su misura, foderata di radica ovunque, ammobiliata come le stanze di Buckingham Palace, spesso vengono a farsela fare qui.

Nel primo entroterra, nella campagna intorno al lago, un tempo luogo di villeggiatura per le famiglie nobili del Bresciano che qui avevano eretto le loro case di campagna, è nato il grande business dello spumante italiano che ha poco da invidiare allo champagne francese. Berlucchi, per citare uno dei pionieri. Tra case patrizie e patrizi diventati contadini di rango, vigneti e larghi panorami, in quella che si chiama Franciacorta perché un tempo era una contea franca, cioè senza tasse, il Sebino ha un altro riscatto, più noto, più internazionale del Garda. Tanto che un cuoco tra i più famosi della penisola, tal Gualtiero Marchesi, ha lasciato, sentite un po', la grande Milano per rifugiarsi con le sue pentole e il suo genio a Erbusco, a due passi dal Sebino, in mezzo ai vigneti. Gli uccelli migratori, loro, continuano a fermarsi, puntuali, ogni anno nell'area delle antiche torbiere a ridosso del lago, diventate un'oasi naturale protetta. Un ambiente struggente e scientificamente importante. Come gli intellettuali un po' eremiti.

E una specie di «eremitaggio» di lusso aveva prodotto fin dall'inizio del secolo magnifiche dimore in angoli magnifici della costa. Le due ville Faccanoni, progettate e costruite dall'architetto Giuseppe Sommaruga tra il 1906 e il 1912 a Lovere, sono considerate tra i maggiori esempi del liberty in Lombardia. L'architettura liberty, che sembrava perfino eccessiva quando apparve, ha valorizzato il paesaggio. Il fronte lago e i giardini delle ville sono una scenografia in cui sono inseriti gli edifici con magnifici effetti prospettici soprattutto dall'acqua. E appena lontano dalla costa, sulle pendici delle montagne che incombono sull'acqua, sulla strada che da Iseo va a Polaveno, raffinatissimi inglesi e ricchi americani frequentano uno dei pochi Relais & Chateaux del Norditalia, che si chiama I due Roccoli.

Il perimetro è sessanta chilometri in tutto, con la riva opposta che non si perde mai di vista perché la larghezza media è di 2 chilometri e mezzo. È a 185 metri sul livello del mare e nel punto più profondo tocca i 251 metri. Intorno, la campagna del basso lago e poi, via via che si sale a nord, le forme misurate delle colline e poi le prime Prealpi. Le atmosfere tra Medioevo e Rinascimento di Erbusco, Cazzago San Martino, Bornato, Passirano, tra pievi e monasteri, palazzi, ville di campagna e castelli isolati. Il lago è appena più in là, ma se ne respira il profumo. Il piccolo fermento della «capitale» bresciana, Iseo. Lovere, l'altra capitale, quella bergamasca, un poco invidiosa per non essere la primadonna, ma bella, lustra e viva quasi per ripicca. E poi gli squarci naturali sulle strade della parte settentrionale.

Se si percorre la strada costiera orientale il paesaggio ti viene addosso piano. Il tratto che da Castro porta a Riva di Solto, per esempio, lascia sempre senza fiato. Basta poi lasciare l'auto su una piazzuola a lago, mettersi di buona lena e prendere un sentiero per capire la bellezza della conca. Dalle montagne sopra Pisogne, ultimo paese nordico del lago, il colpo d'occhio fin giù alla Franciacorta è straordinario: guardi e prima di poterti fermare stai già pensando «virgola blu» come un poeta di second'ordine.

E dentro il lago, proprio al centro, una grossa montagna scura alta 400 metri che per farla semplice han chiamato Monte Isola ed è la più grande isola lacuale europea. Ci sono anche un paio di isolotti minimi vicini, Loreto e San Paolo, quindi è un arcipelago. Un santuario bianco sulla vetta, si chiama della Madonna della Ceriola, che se ci vai a piedi ti sfianca come una scalata dolomitica, piccoli borghi di pescatori sulla costa, perfino case di «montanari» sulle pendici. Poi piccole fabbriche di reti da pesca perché le reti di Monte Isola si usano anche in mare, trattorie e cantieri artigianali dove le barche si fanno ancora tutte a mano. Barche lunghe e affusolate, le bisse, spinte dai remi e ancora oggi buone per calare le reti. Di domenica arrivano i turisti, a piedi, perché le auto su Monte Isola, o sbrigativamente Montisola, sono vietate. Si va in giro con i piccoli bus pubblici o con gli scooter. Qualcuno alla fine si compra una casa, dimentica le tangenziali, il caos lo stress e ne fa un buen retiro. Sono poche centinaia di metri dalla terraferma ma bastano. Un piccolo traghetto fa la spola in continuazione. Fuori stagione, negli inverni nebbiosi, sembra un traghetto nordico e questo un fiordo. Bisognerebbe cominciare da qui per capire meglio il lago incompreso, da questo piccolo mondo appena a lato del mondo. E un giorno su Montisola o su queste rive arriverà un vero poeta. A cantare il lago incompreso.