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(Birmania), Myanmar

Navigando da Mandalay a Bagan

di Valerio Travi

 

In crociera sul’Ayeyarwady, il grande fiume che attraversa il cuore della Birmania: un modo facile e confortevole per prendere contatto con un paese che, nonostante le incertezze politiche, rimane fra i più affascinanti del sud-est asiatico.

Rudyard Kipling si fermò nel Myanmar, che all'epoca si chiamava ancora Burma, per due soli giorni durante la sosta della nave su cui viaggiava. Quanto bastava per riportare con poche righe in rima un insieme unico di sensazioni:

By the old Moulmein Pagoda, lokin' lazy at the sea,
There's a Burma girl a-settin', and I know she thinks o' me;
For the wind is in the palm-trees, and the temple-bells they say:
«Come you back, you British soldier, come you back to Mandalay!»

Tra profumi, suoni di gong, ragazze dagli occhi dolcissimi, pagode scintillanti e città con nomi musicali, Road to Mandalay, una delle poesie più belle e conosciute del grande scrittore inglese, rischia di assomigliare a un messaggio della pubblicità moderna. Evoca emozioni e parla di un viaggio verso un posto lontano su una strada che non c'è. Perché in realtà si tratta di una via d'acqua e questo non è poi così strano in un paese dove i monsoni possono trasformare alcune strade in fiumi. Per gli inglesi era l'Irrawaddy; oggi è tornato in uso il vecchio nome di Ayeyarwady. Uno dei più grandi fiumi dell'Asia che, con un percorso di duemila chilometri, dall'Himalaya attraversa tutto il Myanmar fino all'ampio delta nella baia del Bengala, costituendo la principale via di collegamento tra la capitale Yangon (ex Rangoon) e Mandalay.

Invece dei sei giorni necessari nel secolo scorso per navigare le 600 miglia controcorrente, mi basta un'ora di volo per raggiungere Mandalay da Yangon. In compagnia di alcune coppie americane e svizzere, mi attende la discesa dell'Ayeyarwady fino a Bagan con una crociera di tre notti a bordo di una nave passeggeri lunga un centinaio di metri battezzata con il titolo della poesia di Kipling.

Mandalay, un milione di abitanti, è la seconda città del paese e il punto di scambio con il sempre più importante mercato cinese. Il giro guidato prevede subito i mercati, con mucchi di tè verde inumidito e pressato, spezie colorate, file di piccoli Buddha di bronzo e sandali infradito in infinite tonalità di colore che qui si trovano a prezzo più conveniente rispetto al resto del Myanmar. Si passa poi dagli artigiani che scolpiscono immagini sacre nella giada e nel marmo delle cave vicine e nei laboratori dove battono le lamine d'oro ricavandone fogli sottilissimi per decorare le statue e gli stupa. Nella Mahamuni Paya, la «Pagoda del Grande Saggio», c'è il Buddha seduto di bronzo, alto quattro metri - si dice fuso nel I secolo d.C. - portato qui nel ‘700 da Mrauk U, nell'Arakan, dove era considerato un'immagine-talismano che rendeva invincibili. Nel corso dei secoli, i fedeli l'hanno ricoperto di fogli d'oro che adesso formano uno strato di oltre 20 centimetri. Secondo la tradizione solo agli uomini è consentito avvicinarsi alla piattaforma sopraelevata per applicare le foglie d'oro, acquistando così meriti per le prossime vite. Poco prima del tramonto si arriva all'U Bein Bridge, un ponte pedonale in teak lungo 1200 metri che attraversa il lago Taungthaman. Vecchio di due secoli, è ancora il più lungo del mondo in questo materiale. Vale la pena di affittare per pochi kyat una barca e godersi dall'acqua lo spettacolo del sole che incendia il cielo trasformando passerella e persone in un'articolata silhouette scura.

L'escursione della mattina seguente è a Sagaing, città sacra sulla collina di fronte a Mandalay dove si trovano oltre novecento monasteri e templi buddisti. È un'occasione per farsi un'idea dei ritmi di vita dei monaci: sveglia alle cinque per la preghiera comune, uscita in processione per elemosinare il cibo quotidiano e i soldi per la manutenzione dei templi, piccolo pasto e poi letture e meditazione fino al breve riposo nel pomeriggio. Nuova meditazione e studio delle scritture fino al riposo serale. Colpiscono la tranquillità di questo luogo a poca distanza da una città tanto animata e il sorriso sereno dei religiosi di ogni età: dai tre agli ottanta'anni. Perché ogni birmano di sesso maschile - ma vale sempre di più anche per le donne - è tenuto almeno due volte nella vita a prendere i voti monastici per un periodo che va da un minimo di tre giorni fino a tre mesi e, se vuole, anche per tutta la vita. Formalmente significa rasarsi il capo e ricevere in regalo da qualcuno il «kit da monaco»: tre vesti di color rosso, un rasoio, una tazza, un ombrello e la ciotola delle elemosine.

La crociera avviene lungo un'acqua liscia come l'olio e del colore della terra. Non c'è il traffico frenetico caratteristico di altri grandi fiumi asiatici e anche la corrente pare muoversi con ritmi più tranquilli. Quasi una metafora del Myanmar: sembra quasi fermo rispetto al mondo che lo circonda ma comunque avanza. Fino a Bagan le sponde sono poco popolate. Si vedono alcuni villaggi di pescatori, piccoli ripari temporanei vicino alle rive e vasti campi di riso, il cibo principale per questa popolazione in gran parte vegetariana e la più importante voce ufficiale di esportazione. Per due giorni si naviga guardando questo mondo rurale dal balcone del ponte superiore, dove si può stare in costume a prendere il sole, leggere, chiacchierare o nuotare nella piccola piscina. Al tramonto si accendono piccole luci lungo le rive e arrivano da lontano i canti ritmati dei monaci. Poi col buio è un'esplosione di stelle, mentre il pianoforte della sala da pranzo crea un sottofondo musicale discreto per la cena a lume di candela.

Con una sola immagine, Bagan è la più grande collezione di templi e pagode di tutta l'Asia. In un'area di 42 kmq sulla riva orientale dell'Ayeyarwadi, secondo gli archeologi ci sono tredicimila rovine di ogni dimensione: dal grande Ananda Patho costruito nel 1100, con l'ombrello decorato (hti) in cima alla struttura centrale che supera i 50 metri di altezza, alle piccole pagode a forma di bulbo nascoste tra i campi. Dopo il terremoto del 1975, che danneggiò molti edifici, l'Unesco ha iniziato il restauro e la ricostruzione dei templi, finanziando gli artigiani locali con programmi mirati ancora in corso. Qui è possibile seguire le visite guidate oppure noleggiare un calesse o una bicicletta e girare da soli (se si ha tempo visitare il Nandamannya Patho, piccolo gioiello affrescato fuori dai giri turistici, chiedendo le chiavi al più grande tempio vicino). Un problema singolare può essere il rispetto tassativo della regola di muoversi nei luoghi sacri a piedi nudi: la terra e i frammenti di mattoni sui gradoni delle terrazze o sulle ripide scale interne dei templi in rovina possono dare sensazioni fastidiose se non si è abituati a camminare scalzi.

L'ultima notte a bordo, ancorati nel centro dell'Ayeyarwadi, arriva la sorpresa finale. Dopo cena, la superficie dell'acqua si riempie di migliaia di piccole luci colorate. Sono barchette di bambù con candele usate tradizionalmente nella festa della Luce, a ricordare gli spiriti divini che accompagnarono il Buddha nel suo viaggio nel Tavatimsa. Quelle che vediamo scendere con la corrente formando un fronte luminoso che avanza verso la nave sono state rilasciate dagli abitanti del villaggio vicino, che le hanno confezionate appositamente per noi con un lavoro di giorni. Grazie.



Vedi anche:

Guida Myanmar

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