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(Birmania), Myanmar

Viaggio nel profondo del paese

Nella terra dei mille Budda

di Silvia Lobba

 

L’Oriente in presa diretta.
Un viaggio nel profondo della Birmania, con paesaggi suggestivi, monumenti affascinanti e, soprattutto, persone che lasciano un ricordo indelebile.

«Mingalabar», benvenuta. La guida locale mi accoglie all'esterno del piccolo aeroporto di Heho con un grande sorriso. Per una delle tante e misteriose regole di questo paese lei non può accedere all'interno e ha mandato quindi a ricevermi un ragazzo che possiede invece regolare permesso. Meno di un'ora fa ero ancora a Yangon, la capitale del Myanmar, una città di 5 milioni di abitanti che negli anni '90 non conosceva il traffico automobilistico e adesso comincia già a risentire dei primi ingorghi. Avevo passato tutto il pomeriggio alla Shwedagon, la pagoda più importante del paese, con la grande cupola di oltre 500 metri di diametro ricoperta nei secoli da strati d'oro, tanto che i birmani amano raccontare che ce ne sia più qui che nei forzieri della Banca d'Inghilterra. Tutt'intorno, in un caos apparente di tempietti e piccoli padiglioni, la gente che prega davanti ai Buddha dei quattro punti cardinali e il via vai delle persone alla ricerca del proprio riferimento astrologico. A seconda del giorno della settimana in cui si è nati c'è infatti un diverso simbolo astrale - il topo, la tigre, l'elefante con le zanne e quello senza - su cui versare tanti bicchieri d'acqua quanti sono i propri anni d'età, più uno per propiziarsi lunga vita. In pratica, mentre da noi si celebra il compleanno una sola volta l'anno, qui si può festeggiare ogni settimana. Se durante il giorno lo stupa brilla di luce dorata, verso sera riflette tonalità soffuse che creano un'atmosfera fuori dal tempo. A riportarmi nel presente ci pensa l'ultima follia tecnologica applicata a un paese che ha fatto della religione il fulcro dell'esistenza: le aureole elettroniche con le luci in continuo cambiamento che creano un effetto da discoteca dietro le teste dei Buddha.

Non meno suggestiva della pagoda principale di Yangon è la Roccia d'Oro di Kyaikhtiyo, nello stato Mon, a una giornata di viaggio dalla capitale. Le ombre lunghe del tramonto rendono ancora più evidente l'equilibrio precario del masso scintillante d'oro in bilico sulle rocce tondeggianti, come se si trattasse di un gioco mistico. Qui - al contrario di quanto avviene nella Shwedagon, che è un luogo di adorazione ma anche d'incontro sociale - la gente viene solo per pregare. Ne deriva un'atmosfera raccolta che esalta la spettacolarità del luogo, in cima a una collina circondata da grandi spazi aperti. La salita dei 13 chilometri che portano alla roccia sacra dal «campo base» di Kinpun comporta una corsa di mezz'ora, con saliscendi simili alle montagne russe, seduti sul pianale aperto di un camion strapieno di pellegrini. Poi, solo per gli stranieri, ci sono gli ultimi tre quarti d'ora da fare a piedi su una strada asfaltata, fiancheggiata da bancarelle che vendono souvenir di bambù, tè, frutta e rimedi dell'erboristeria locale. Chi non se la sente può farsi trasportare in portantina.

Dall'aeroporto di Heho, dopo un paio d'ore in auto, arrivo al villaggio di Pindaya e alle sue grotte calcaree che nascondono ben ottomila Buddha: sono in pietra, teak, mattoni, argilla, cemento, ricoperti di lacca, dipinti, dorati. Nel corso dei secoli i devoti hanno ammassato le statue nelle sale e lungo le pareti della caverne naturali formando un intricato labirinto sacro. In un angolo, quasi nascosti da una scultura alta tre metri, ci sono i tre «Buddha sudati», sempre umidi per la condensa che si forma sullo strato di lacca che li ricopre. Passarsi sul viso una goccia di questa rugiada garantisce, dicono, salute e bellezza.

In serata raggiungo il mondo acquatico del Lago Inle, uno specchio di acque basse e limpide lungo 22 chilometri, a 1300 metri sul livello del mare. Qui vivono gli Intha, i «figli del lago», uno dei più intriganti tra i 126 gruppi etnici del Myanmar. Si spostano sull'acqua con strette canoe dal fondo piatto simili a gondole che governano usando un solo remo mosso con la gamba; coltivano insalate e pomodori su orti galleggianti creati con matasse di gigli d'acqua, alghe e fango; lavorano ferro e argento e filano il loto. Rompendo il gambo estraggono un filamento sottile con cui tessono vesti per le immagini sacre o per i monaci. A prezzi da capogiro e in costante aumento: 80 euro per un grammo e mezzo di filo di loto, tredicimila per una veste da monaco.

Il lago è un labirinto di canali dove incrociano lente barche a remi e lance a motore che trasportano turisti lasciandosi dietro solchi orlati di bianco. Dato che i villaggi sono tutti su palafitte, si gira con le canoe anche per fare la spesa. Come a Ywama, uno dei paesini dove, ogni cinque giorni, a rotazione si tiene il mercato. L'arrembaggio delle barche dei venditori di souvenir è soffocante solo all'arrivo, poi chi non ha intenzione di comprare viene lasciato in pace. Vale la pena di fermarsi a vedere i copricapi colorati dei Pa-o e dei Mon delle alture vicine, le canoe piene di fiori da offrire al Buddha, la gente che contratta grandi gallette rotonde di farina di riso e spiedini di piccoli pesci secchi. A una delle estremità del lago c'è il villaggio di Phaung Daw U e la grande pagoda che ospita cinque immagini miracolose che una volta dovevano avere le sembianze dell'Illuminato e oggi assomigliano a birilli, tanto sono ricoperte di strati d'oro. Sul fianco della collina poco sopra mi inoltro in una foresta di stupa per buona parte in rovina. C'è vento e le campanelle votive delle corone dorate (hti) in cima ai tempietti diffondono una musica evanescente.

Ritrovo la stessa atmosfera alcuni giorni dopo a Mrauk-U, la vecchia capitale del potente impero Rakhine,nel Myanmar occidentale, dove arrivo con un trasferimento in barca di sette ore da Sittwe, in epoca coloniale uno dei più importanti porti di scambio con l'India. Mrauk-U potrebbe servire da scenografia per i film di Indiana Jones, immersa com'è nella foresta ai piedi delle montagne dell'Arakan. Del centro cosmopolita dalla cultura variegata ricordato anche da Tolomeo nel II secolo a.C., rimangono adesso le rovine di una settantina tra grandi templi e pagode in parte ancora ricoperti dalla vegetazione. Un'altra Bagan, tutta da esplorare, racchiusa però in uno spazio meno vasto e mosso da colline. Emozionati le visite del Ko-Thaung, il tempio dei «novantamila Buddha seduti sulla collina», dove a grandi statue si alternano file di piccole immagini scolpite nei muri, e della misteriosa Htu-Kan-Thein, la «sala delle ordinazioni», con le due lunghe e buie gallerie concentriche ornate da centinaia di statue dell'Illuminato nella posizione del loto, da cui si accede alla sala centrale ellittica. Qui il sole dell'alba, entrando da una piccola finestra, illumina un grande Buddha di tipo Rakine, con corona e abiti regali.

I turisti che vengono qui sono in aumento, ma per ora rimangono sempre pochi in confronto per esempio alla vicina Thailandia e calore e cortesia sono spontanei, in particolare nelle aree interne e sull'altopiano Shan. Si coglie una consapevolezza profonda delle tradizioni, consapevolezza che rende possibile un contatto sereno con gli stranieri, senza giudizi di valore. Forse è anche per questo che, per quanto spettacolari siano i luoghi e affascinanti i monumenti, al ritorno mi accorgo che sono le persone a dominare la memoria. Inevitabile citare Kipling: «Amo la gente di Burma con tutto il cieco favoritismo che nasce da una prima immediata impressione». Amore a prima vista e senza mezzi termini.



Vedi anche:

Guida Myanmar

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