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Gamboa, Panama

Resort nella giungla a due passi dal Canale

Natura di lusso

di Flavio Grassi

 

nave nella giunglaFino al 1999 la fascia di territorio intorno al Canale di Panama era territorio americano e inavvicinabile per chiunque non vi lavorasse. Ora gli insediamenti che un tempo erano riservati a ingegneri e militari americani, immersi nella vegetazione incontenibile della giungla, sono stati riconvertiti in resort per vacanze nella natura con tutti i confort.

Una petroliera che scivola silenziosamente in mezzo al verde cupo di una giungla tropicale fa più o meno lo stesso effetto del famoso incontro fra ombrello e macchina da cucire sul tavolo da dissezione. Ti sorprende, ti emoziona e ti lascia spaesato. Penso ai militari e ai tecnici americani che fino a pochi anni fa avevano l'esclusiva di questa vista e capisco che molti di loro non avessero molta voglia di fare le valigie. Abitavano in questi deliziosi villaggi fatti di casette di legno linde e ordinate come quelle del New England e immerse nel verde per davvero, altro che pubblicità immobiliari. Te li immagini la domenica mattina che fanno una passeggiata sul prato per arrivare alla chiesetta. E dopo, tutti a casa per il barbecue: salutando le scimmiette sugli alberi e guardando, appunto, il fumaiolo della petroliera che sbuca tra le cime degli alberi mentre bevono una birra gelata. Adesso per loro è tutto finito. È arrivato il nostro turno. D'accordo, non sapremo mai cosa vuol dire vivere per qualche anno in un posto così, ma almeno ne possiamo avere un assaggio, ci possiamo stare per qualche giorno in vacanza, mentre prima no.

Fino al 1999, la Canal Zone di Panama era territorio degli Stati Uniti. Ci vivevano, con le loro famiglie, i tecnici addetti al canale, i militari che dovevano garantirne la sicurezza e così via. Attraversare il confine della Zona era come fare un salto di qualche migliaio di chilometri. All'improvviso tutto era americano, a partire dalla polizia che pattugliava gli ottanta chilometri della strada che accompagna il Canale da un oceano all'altro. I panamensi accedevano alla zona solo se ci lavoravano, di solito come persone di servizio nelle case degli Yanquis.

Ancora oggi, cinque anni dopo la restituzione del canale allo stato di Panama, molti anziani si sentono un po' a disagio nella Zona, come se non riuscissero a credere che sia diventata davvero una parte integrante del loro paese, un posto come tutti gli altri. Anche i più giovani sentono qualcosa come un brivido di trasgressione attraversando il confine diventato invisibile: e, naturalmente, questo per loro è un motivo sufficiente per andarci: così, tanto per fare un giro dove prima non si poteva.

Noi turisti che veniamo a Panama per la prima volta questa emozione possiamo solo farcela raccontare ma i villaggi dove prima si facevano i barbecue domenicali, diventati eco-resort lussuosi e organizzatissimi, di emozioni ne offrono più che a sufficienza.

Già la sera del nostro arrivo al Gamboa Rainforest Resort, una delle strutture più grandi sorte sull'onda della scommessa ecoturistica di Panama, abbiamo avuto un assaggio di quello che vuol dire immergersi nella natura senza sopportarne troppo le scomodità. In compagnia di due entusiaste signore newyorkesi, madre e figlia, abbiamo partecipato a una escursione serale alla ricerca di caimani. Il resort sorge nel triangolo di foresta fra il fiume Chagres e il canale. Il Chagres è il più importante fiume di Panama e il principale fornitore dell'acqua dolce necessaria per alimentare le chiuse del canale.

Accompagnati da un barcaiolo e da una guida, al tramonto abbiamo risalito il fiume per qualche chilometro a bordo di un barcone largo e piatto progettato per muoversi sul fiume, che ha fondali diseguali e una grande quantità di vegetazione in superficie nei punti dove l'acqua è più calma. Siamo ai tropici, siamo in mezzo a una foresta pluviale, siamo su un fiume al tramonto: l'impatto con le zanzare è terrificante. Anche se ci siamo diligentemente coperti tutto il copribile, indossando calzoni lunghi e camicie di tela spessa, e in più ci siamo cosparsi di repellente, navigare in mezzo a una nuvola densa di insetti fa un certo effetto. Passa. Un po' ti abitui e un po' con l'avanzare della sera le zanzare diminuiscono. E soprattutto, dopo qualche minuto non ti importa più delle zanzare perché hai ben altro da guardare.

Siamo venuti per cercare caimani e caimani troviamo, anche se la guida si era premurata di avvisarci che questo è un fiume aperto e non uno zoo, quindi non c'è nessuna garanzia eccetera. Se ne stanno acquattati in mezzo alle alghe, con le narici e gli occhi che sporgono sopra il pelo dell'acqua. Non appena ne avvista uno nel buio, la guida lo illumina da lontano con la sua lampada potente come un “occhio di bue” teatrale. E vedi brillare l'arancio fosforescente degli occhi. La luce sembra non disturbarli, ma quando ci avviciniamo troppo si immergono e scompaiono. Tranne uno, giovane e inesperto, che ci lascia avvicinare fino quasi a toccarlo. Non arriva a un metro di lunghezza e sembra non sapere bene cosa pensare della nostra presenza. Quando poi si decide a mettere fine allo spettacolo, credo che sia per sottrarsi ai gridolini di entusiasmo delle due americane.

Dopo ogni sosta il barcaiolo non trascura di gettare in acqua un po' di cibo: vero che non è uno zoo eccetera, però si fa in modo che i caimani trovino particolarmente attraenti certe zone. Di tanto in tanto, dalle rive viene il verso piuttosto inquietante di una scimmia urlatrice e, prima di rientrare, riusciamo anche ad avvistare un paio di bradipi appesi a rami protesi sul fiume.

Le nostre giornate a Gamboa cominciano presto e finiscono tardi: nei dintorni c'è tanto da fare e vedere che sembra un peccato sprecare tempo dormendo. Solo a metà giornata, quando il sole a picco è insopportabile e l'umidità è tanto densa che non si riesce a muovere un passo senza sudare abbondantemente, la penombra e l'aria condizionata della camera diventano un'attrazione irresistibile e invitano a una piccola siesta.

Il giorno della nostra partenza il personale dell'albergo è molto indaffarato. Scopriamo che ci sarà un'assemblea dell'Associazione degli industriali colombiani. Pare che preferiscano riunirsi nei resort della vicina e sicura Panama piuttosto che in patria, dove una riunione di ricchi imprenditori rappresenterebbe una tentazione troppo forte per l'industria del rapimento.

Dopo aver visto le navi passare in mezzo alla foresta, la curiosità di vedere in azione le chiuse che le portano dal livello dell'oceano a quello del canale e viceversa è forte. E non solo per noi, ovviamente: le chiuse di Miraflores, alla periferia di Panama City, sono una delle attrazioni turistiche più frequentate dai turisti che transitano per la capitale. Le troviamo addobbate con striscioni patriottici: nel 2003 cadeva il centenario dell'indipendenza, e non è un caso che la ricorrenza ci venga ricordata proprio nel quartier generale del Canale. La nascita della Repubblica di Panama e l'apertura del Canale sono indissolubilmente legati.

Ad aprire un varco fra i due oceani attraverso l'istmo di Panama, che era in territorio colombiano, ci si pensava da secoli. Dalla metà del 1800 era entrata in funzione una ferrovia, ma certo non era la stessa cosa che permettere alle navi di attraversare. Dopo la realizzazione del canale di Suez, la cosa cominciò a sembrare concretamente fattibile. Ci si misero i francesi, e in particolare l'ingegner Lesseps, che aveva lavorato per l'appunto al canale di Suez. In vent'anni di lavoro morirono decine di migliaia di operai, furono bruciati capitali colossali e non si riuscì a finire il lavoro. Il problema era che Lesseps si era fissato sull'idea troppo grandiosa di fare un canale a livello.

Ai primi del Novecento gli americani si stancarono di aspettare. Elaborarono un progetto più pragmatico rinunciando al collegamento diretto e aprirono una trattativa con il governo colombiano. La trattativa fallì e nel giro di pochi mesi, nel 1903 fu inventato il nuovo stato indipendente che prontamente affittò la striscia del canale agli Stati Uniti. I lavori cominciarono nel 1904 e appena dieci anni dopo passavano le prime navi.

La cosa che nessuno aveva previsto era che in questo staterello creato per far posto al canale si sviluppasse un autentico movimento nazionalista che negli anni Sessanta cominciò a reclamare la “restituzione” dell'istmo. E quando poi la cosa è diventata realtà, né gli americani né gli stessi panamensi erano del tutto tranquilli. Si temeva che il piccolo stato non fosse in grado di garantire una corretta gestione del canale, che produce molto denaro ma ne richiede anche molto per la manutenzione. E soprattutto si temeva che non fosse in grado di garantirne la sicurezza. Sono passati quattro anni, e le cose non potrebbero andare meglio. Anzi, nel clima di oggi, chiunque abbia a che fare con il canale, compresi i comandanti delle navi che lo attraversano, si sente molto più tranquillo all'idea che questo passaggio strategico per tutta l'economia mondiale non sia più direttamente riferibile agli Stati Uniti. Partiti gli americani, lungo il canale si sono riversati investimenti cinesi, arabi e di ogni altra parte del mondo.

Oggi Panama è un intrigante stato un po' apolide, abitato da gente dalle origini più varie che si inventa una identità meticcia e giocata sul presente e sul futuro più che sul passato. E non è sorprendente che sia così: qui se chiedi a una ragazza che mestiere fa suo padre rischi di sentirti rispondere che era una delle guardie del corpo di Noriega. Bastano pochi giorni e impari che certe domande è meglio evitarle. Così come non sta bene chiedere dove nascano i capitali che alimentano una delle più alte concentrazioni di banche internazionali al mondo. I grattacieli della capitale sono fra le più efficienti lavanderie di denaro sul pianeta. Si sa, ma non sta bene parlarne. E poi, il fatto che Panama sia un paradiso fiscale gonfio di soldi provenienti da ogni parte del mondo fa sì che il territorio intorno alla scorciatoia fra gli oceani sia visto da tutti come una zona franca sottratta alle beghe internazionali. E di questi tempi non è mica una cosa da poco.


I nostri ringraziamenti al tour operator Dimensione Turismo per la preziosa collaborazione



Vedi anche:

Guida Panama

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