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Tozeur - Nefta - Douz, Tunisia

Ai margini del Grande Erg orientale

In una nuvola dorata

di Flavio Grassi

 

La Corbeille di NeftaL’epoca delle carovane di dromedari è finita da molto tempo. Nelle oasi del sud della Tunisia strade asfaltate, turismo e televisioni satellitari hanno cambiato la vita della gente. Ma per quanto siano profondi i cambiamenti, il fascino di questi luoghi così speciali rimane intatto.

Ho capito che cos'è un'oasi il giorno dopo essere arrivato a Nefta. Ero approdato qui nel pomeriggio di una giornata piena di sole, come tante altre che avevo già visto nel sud della Tunisia. L'ombra dello sterminato palmeto prometteva agli occhi quel riposo che gli occhiali scuri non bastano a procurare. L'umidità delle sorgenti faceva sperare in un po' di sollievo per la pelle e le mucose tormentate da un'atmosfera la cui aridità i condizionatori d'aria non fanno che peggiorare. Questo, pensavo, è l'oasi: lo spazio fresco, umido e ombroso della vita, circondato dalla fornace del deserto. Questo avevo già visto a Tozeur e nelle altre oasi che mi era capitato di visitare. E mi bastava per pensare che l'oasi è uno dei luoghi più carichi di fascino che un viaggiatore possa incontrare sulla propria strada. Ma non avevo ancora visto Nefta avvolta in una nuvola dorata.

«Oggi niente foto», mi dice il portiere dell'albergo con un'espressione contrita sotto cui traspare una vena di compiacimento sadico per l'inconveniente che nelle sue previsioni sta per rovinarmi la giornata. Si è alzato il ghibli, il vento del deserto, e da queste parti vento vuol dire sabbia. Sabbia che sta sospesa nell'aria, che entra nei polmoni, sabbia che si posa su ogni superficie esposta. Sabbia che copre il sole e annulla le ombre avvolgendo tutto in una irreale luce gialla in cui non riesci più a sapere se è mattina o sera, se stai camminando in discesa o in salita. I suoni, come la luce, sono privati dei contrasti: tutto è ovattato, la sabbia smussa le asperità dei rumori più forti, ma nega il silenzio, confondendo ogni cosa in un fruscio indistinto. Il profumo del tè alla menta è coperto dall'odore indefinibile della sabbia, la lingua riesce appena a sentire il sapore dei datteri più dolci.

Non so se sia un dato reale o solo l'effetto dei miei sensi sopraffatti dalla nuvola di sabbia: tutta la vita dell'oasi sembra sospesa, come in quei momenti solenni in cui ogni manifestazione di vita troppo vivace pare sconveniente e allora viene naturale parlare sottovoce, muoversi con gesti misurati, tenere gli occhi bassi. Certo, aveva ragione il portiere: in una giornata così è impensabile, o quasi, aggirarsi per l'oasi con la macchina fotografica al collo catturando qua e là immagini da riportare a casa come trofei. Ma è in una giornata così, quando il deserto fa sentire in maniera prepotente la sua presenza, che intuisci che cosa davvero sia, fin dagli inizi del tempo, la vita dell'oasi.

La natura ci ha regalato tante bellezze, / ha compiuto un miracolo raro: / l'incontro dell'acqua e del sole. Sono i versi con cui Abou Kacem Chebbi, considerato il più importante poeta tunisino dei nostri tempi, parla di Tozeur, l'oasi dove era nato e dove è morto nel 1934 dopo una vita durata solo 25 anni. Questo, l'incontro dell'acqua delle sorgenti e del sole del deserto è il contributo della natura alla nascita delle oasi, ma solo questo: tutto il resto è opera dell'uomo che ostinatamente, giorno dopo giorno attraverso i secoli, protegge le sorgenti e sottrae un po' di terra al deserto, che è sempre pronto a riprendersi tutto.

La costruzione delle oasi intorno a una fonte d'acqua parte dalle palme. Le loro radici affondano nel terreno, lo ingabbiano e impediscono che l'umidità si disperda troppo rapidamente nella sabbia. Negli ampi spazi lasciati liberi dai tronchi sottili delle palme possono così crescere gli alberi da frutto: melograni, agrumi, banani, albicocchi, peschi. E poi, ancora più vicini al suolo, con le foglie alte delle palme e i rami degli alberi da frutto a proteggerli dal sole troppo intenso, crescono gli orti di legumi, le viti, l'orzo, l'henné, i cereali da conservare e difendere negli ksar i granai di fango secco che imitano i villaggi trogloditi. Non un palmo di terra è lasciato libero, e tutto è costantemente irrigato da un fittissimo intreccio di canali che raccolgono le acque che sgorgano disordinatamente qua e là, le ridistribuiscono con ramificazioni via via più capillari, e poi raccolgono nuovamente tutta l'acqua in eccesso per scaricarla fuori dall'oasi. La longevità degli orti dipende anche da questo: la quantità di acqua deve essere precisamente regolata per dare al terreno l'umidità di cui le radici hanno bisogno, ma non di più. Altrimenti l'acqua in eccesso evaporerebbe, lasciando nel terreno i minerali che alla lunga lo renderebbero troppo salato e inadatto alle coltivazioni.

Con tutta la sua complessità e delicatezza, tenere in efficienza il sistema di irrigazione è solo uno dei lavori necessari per la vita dell'oasi. L'altro, interminabile e paziente come l'opera di Sisifo, è tener fuori la sabbia. L'area coltivata è protetta da veri e propri argini, formati di foglie di palma e rami secchi contro cui si deposita la sabbia che si accumula su se stessa rendendo la barriera impenetrabile e sempre più estesa. Così, anno dopo anno, a mano a mano che la protezione si espande verso l'esterno, si può rosicchiare un po' di terreno al suo interno, e il confine dell'oasi si allarga.

Ci vogliono secoli di paziente lavoro per costruire oasi delle dimensioni di Tozeur, con le sue duecentomila palme, o Nefta, che di palme ne mantiene oltre mezzo milione. E basterebbero pochissimi anni di incuria per cancellare completamente ogni traccia di coltivazione. Le oasi non sono come le antiche città ricoperte dalla giungla. In quelle, la fortuita scoperta di qualche pietra lavorata, può far riemergere dal folto i palazzi e i templi, o almeno il loro scheletro. Di un'oasi scomparsa non resta nulla: dalla sabbia potrebbero uscire i ruderi dei villaggi costruiti intorno all'oasi e che dall'oasi traggono la loro vita. Potrebbero riaffacciarsi alla superficie i minareti delle moschee, i marabut dove riposano le spoglie dei santi musulmani. Ma tutto questo è il contorno: l'oasi sono le palme, gli alberi e gli orti e quelli, una volta inghiottiti dalla sabbia, sono scomparsi per sempre. Forse Atlantide non era un continente sommerso dalle acque ma una grande oasi insabbiata: c'è chi sostiene che lo Chott el-Jerid, l'enorme distesa di sale sul cui bordo sorgono Tozeur e Nefta, fosse l'antico mare su cui incrociavano le navi di Atlantide.

Dei tre tipi di deserto che si alternano nel Sahara, l'erg delle grandi dune di sabbia, la piatta superficie pietrosa dell'hammada, e la crosta salina dello chott, quest'ultimo è il più crudele, temuto dai viaggiatori di ogni epoca quanto lo sterminato erg nonostante le sue dimensioni infinitamente più ridotte. Lo chott è il regno dei miraggi; l'uniformità della sua superficie da orizzonte a orizzonte, il suo perfetto silenzio, la sua sterilità totale confondono i sensi e portano alla follia. E, come se non bastasse, sotto la crosta asciutta a volte si nasconde un acquitrino profondo: nei secoli, intere carovane sono state inghiottite dalle invisibili paludi di sale.

Qui, sul bordo di questo inferno bianco si fermarono i Romani nella loro conquista dell'Africa. Nel punto più stretto dello chott el-Jerid fecero passare il Limes Tripolitanus, il confine dei territori sottoposti alla loro autorità, lungo cui corre ancora oggi la strada che collega Tozeur alla piccola oasi di Kebili, sul bordo sud dello chott. La strada, un rettilineo lungo sessanta chilometri, corre sopraelevata: basta poco perché sulla crosta dura e impermeabile si raccolga un velo d'acqua, e negli inverni in cui la pioggia è meno timida, sembra di attraversare un lunghissimo ponte steso attraverso una laguna. Ma è solo un'illusione di breve durata, ai primi raggi di sole lo chott torna a essere quello di sempre.

All'altra estremità della strada, sul bordo meridionale dello chott, sorge la piccola oasi di Kebili e subito dopo, quasi senza soluzione di continuità, appare Douz. Poi la strada muore, svanisce nelle dune del Grande Erg Orientale, l'oceano di sabbia dal quale ogni tanto emergeva una lunga fila di mehari, i dromedari senza cui nessuno avrebbe potuto affrontare un viaggio attraverso il deserto.

L'arrivo di una carovana sconvolgeva la vita dell'oasi. I coltivatori si affollavano intorno ai mercanti per conquistarsi le merci migliori in cambio delle loro ceste di deglet nour, i «datteri della luce» dalla polpa trasparente e preziosa come ambra che ancora oggi costituiscono una parte importante della ricchezza di tutta la Tunisia. Ma da che mondo è mondo, vendere non è una faccenda semplice come sembra. Avere i datteri non basta: bisognava ingraziarsi gli acquirenti, prendersi cura dei loro dromedari, preparare gli hamman dove potessero togliersi la polvere del deserto, organizzare intrattenimenti a base di musiche, danze, gare di abilità. Le donne da marito si mettevano i loro abiti migliori nella speranza che un ricco mercante le prendesse con sé, o anche solo che uno straniero interrompesse per un momento, con lo sguardo di occhi che avevano visto la vastità del mondo, la monotonia di una vita tutta consumata dentro i confini di un paradiso che assomiglia un po' a una prigione.

A volte non di pacifici mercanti si trattava, ma di predoni che portavano via i datteri migliori lasciando in cambio solo la vita. Cambiava poco. La loro benevolenza era ancora più importante di quella dei mercanti, e anche per loro occorreva prepararsi e affaccendarsi e mettersi gli abiti migliori.

I predoni non ci sono più, le carovane di mehari sono state sostituite camion e vagoni ferroviari, l'arrivo degli stranieri, sotto forma di uomini d'affari, addetti all'estrazione del petrolio nei pozzi dispersi fra le dune del Grande Erg e, soprattutto, turisti, è cosa di tutti i giorni.

Con tutto questo, un giorno passeggiando fra le casupole cubiche di Douz, ho sentito degli spari e visto avanzare velocemente verso di me una gran folla. Più allarmato delle caprette che cercavano rifugio nei loro ovili, mi sono tirato in disparte. Una fuga durata poco. Senza quasi sapere come fosse successo mi sono ritrovato a condividere cuscus e tè alla menta con gli invitati di un matrimonio berbero. Tutti i ragazzini presenti conoscevano le vicende del campionato di calcio italiano meglio di me. Ma non bastano le automobili e la televisione per fare dell'oasi un posto come un altro.



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