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New Dehli, India

Una parata militare diversa dalle altre

Caleidoscopio vivente

di Stefano Riva

 

parata militare new dehliLa parata di New Dehli per la Festa della Repubblica, il 26 gennaio, è uno straordinario spaccato della ricchezza e complessità culturale dell’India. Accanto alla fantasmagoria di colori delle divise dei reparti di tutti gli stati dell’unione sfilano le più moderne armi ad alta tecnologia. E l’apparentemente impossibile convivenza fra atmosfere fiabesce e supercomputer che si vede qui non è altro che un concentrato della vita di tutti i giorni in giro per il subcontinente.

un luogo comune, e come molti luoghi comuni contiene un solido nocciolo di verità: l'India è troppo complessa e le categorie di base della sua cultura sono troppo diverse da quelle occidentali perché un europeo possa realmente sperare di penetrarne i segreti fino in fondo, anche dopo anni di frequentazione. Figuriamoci quanto può riuscire a capire chi al massimo ci passa un paio di settimane di vacanza.

Le dimensioni del paese, il numero enorme dei suoi abitanti, la diversità delle culture che vi convivono sono tali che non appena uno crede di essere riuscito ad afferrare il bandolo di un aspetto, da qualche altra parte è già cambiato tutto. Anche perché, a dispetto degli stereotipi che ci presentano un'India immobile e fuori dal tempo perennemente legata a modi di vita nati secoli fa e mai più rinnovati, il paese cresce, si sviluppa e cambia a un ritmo che, se rapportato ai nostri standard non si potrebbe che definire forsennato.

Basta pensare alla popolazione. Nel 1946, al momento del distacco dall'Impero britannico, gli indiani erano circa 340 milioni. Alla stessa data in Italia vivevano 40 milioni di persone. Cinquant'anni dopo la popolazione dell'India è più che triplicata e oggi tocca il miliardo di abitanti. Quella italiana invece è ferma a 57 milioni. Per rispettare la proporzione aritmetica, noi dovremmo essere oltre 120 milioni. E anche così non riusciremmo ancora a capire che cosa vuol dire un balzo come quello dell'India. Perché, in fondo, 340 milioni è una popolazione da nazione molto grande, ma ancora da nazione. Un miliardo no. Un miliardo è una popolazione di dimensioni continentali, se non planetarie: non è passato poi tanto tempo da quando, tutta intera, l'umanità che si agita sulla superficie terrestre non raggiungeva quella cifra. Oggi, su questo nostro sovraffollato pianeta, un umano su sei è indiano.

Insieme al gigantesco salto demografico, l'India ha conosciuto un incredibile sviluppi economico. Di sicuro gran parte della popolazione rimane al di sotto della linea della povertà nonostante il fatto che, per evitare statistiche troppo deprimenti, la soglia non sia nemmeno espressa in reddito monetario ma in calorie alimentari disponibili: 2100 calorie al giorno per gli abitanti delle città e 2400 per chi sta nelle campagne e deve svolgere un'attività fisica più intensa.

Quelli che possono essere ragionevolmente considerati appartenenti ai ceti medi sono una minoranza della popolazione, fra il dieci e il venti per cento, a seconda del livello da cui si decide di far partire il ceto medio. Vale a dire da cento a duecento milioni di persone che, al di là dell'effettivo grado di benessere finora raggiunto, stanno lavorando con l'obiettivo consapevole e dichiarato di fare dell'India una delle più grandi potenze economiche mondiali.

Già oggi, nonostante il fatto che il reddito pro-capite sia cento volte inferiore a quello degli Stati Uniti, il paese ha conquistato un posto di assoluto rilievo in settori, di punta come ad esempio la produzione di software per computer. La crescita economica produce una richiesta di spazi per uffici talmente alta che gli affitti di immobili commerciali a Delhi e Mumbai (come viene oggi chiamata quella che un tempo conoscevamo come Bombay) sono più alti che a New York o Londra.

Guardando le statistiche con occhi europei, si ha la sensazione di leggere il bollettino della irreversibile trasformazione dell'India in un paese di tipo occidentale, magari con qualche pittoresca peculiarità, ma per il resto perfettamente adattato ai canoni della civiltà dominante della nostra epoca.

Poi uno arriva a Delhi, e improvvisamente si ricorda che la realtà è sempre più complessa di quanto le astrazioni statistiche lascino immaginare. E quando c'è di mezzo l'India, la complessità diventa quasi impenetrabile come la più intricata delle foreste di mangrovie. Perché intorno ai cento o duecento milioni di membri della middle class continua ad affollarsi una massa di oltre mezzo miliardo di poveri e quasi-poveri.

Ai lati dei grandi viali alberati di New Delhi sorgono avveniristici grattacieli, ma durante la costruzione le luccicanti pareti di vetro e acciaio sono imbozzolate dentro impalcature di bambù che fanno pensare più ai ricordi letterari di foreste popolate di tigri che a una moderna metropoli. E lungo i viali il traffico continua a essere costituito in gran parte da rickshaw, tanto nella versione di tricicli con il motore a due tempi che si lascia dietro una scia di denso fumo blu, quanto nella versione originaria, in cui la forza motrice fornita da uomini di età indefinibile, dotati di una massa muscolare così ridotta che sembra impossibile che possa bastare per far muovere i pedali. Ai rickshaw si mescolano le indo-giapponesi Maruti, esportate anche in Occidente e qualche costosissima auto di importazione, e soprattutto moltitudini di Ambassador e Princess, sempre identiche a se stesse; tutte fotocopie dell'originale europeo nell'ultima versione prima che le presse e le linee di montaggio venissero smontate per riassemblarle poi in India.

E poco più in là, nelle vie di Old Delhi, compare l'India più difficile da digerire per noi occidentali. L'India degli odori violenti, della folla che si scorre continuamente come un fiume in piena, e si scosta appena per non calpestare le persone stese sui marciapiedi. Pochi minuti di immersione in questo mondo bastano a far dimenticare tanto i palazzi moderni di New Delhi quanto i monumenti storici come la Grande Moschea. Per non parlare dei palazzi del Rajastan o dei templi del Kerala, che qui sembrano appartenere a un universo parallelo, non ad aree diverse dello stesso paese. Proprio nello stesso modo in cui al cospetto di quei palazzi e templi le immagini dei bagliori di modernità e delle miserie urbane di Delhi, come di Mumbai e Calcutta diventano dificili da afferrare come i ricordi dei sogni.

La sensazione dominante per chi viaggia in India è proprio questa: le impressioni che aggrediscono i nostri sensi in ogni angolo del paese sono tanto forti che non lasciano spazio al ricordo di quanto si è visto altrove, magari appena pochi giorni prima. E così il subcontinente finisce per essere percepito come un puzzle smontato: ciascuna tessera, ha sopra una fotografia a sé stante, bella o brutta, comunque intensa. Ma si fatica a trovare il modo di ricomporre le tessere in un quadro unico.

Ogni anno c'è un giorno speciale in cui per un breve momento chi ha il desiderio e la capacità di vederla può provare ad afferrare un'immagine dell'India tutta intera, nella sua incredibile molteplicità e complessità. È il giorno della Repubblica, 26 gennaio secondo il nostro calendario. Ufficialmente è una festa nazionale che celebra la proclamazione della Repubblica federale nel 1950, e lo fa con la più ovvia e universale delle manifestazioni del potere politico: una grande parata militare per le vie della capitale. Ma quella che altrove non sarebbe altro che una boriosa (e noiosa) sfilata di reparti militari, in India diventa una straordinaria occasione per condensare nello stesso luogo e nello stesso momento tutta l'incredibile diversità che convive incapsulata in questo paese.

Nel giorno della Repubblica Delhi si sveglia in una strana atmosfera di vista sospesa. Tutto il traffico privato è vietato, circolano solo le automobili con permesso speciale per portare autorità e giornalisti ai posti assegnati. L'aeroporto è chiuso al traffico civile: le piste sono riservate ai velivoli militari che parteciperanno alla manifestazione. A mano a mano che si avvicina l'inizio della parata, il silenzio irreale delle strade si riempie del brusìo della folla enorme che si raccoglie lungo il Rajpath, il grande viale dove sfilerà la potenza militare e, insieme, la diversità culturale dell'India.

E finalmente la parata ha inizio. Prima sfilano i missili e le artiglierie, mentre sopra la folla volteggiano gli elicotteri e i jet acrobatici. Roba che si potrebbe vedere dovunque, viene da pensare. Ma anche qui le cose non sono così semplici.

È un'esibizione di muscoli tecnologico-militari che mostra bene quanto fraintesa sia l'idea, tutta occidentale, di una cultura indiana distaccata dalle cose terrene e protesa verso obiettivi spirituali. Certo che ci sono i mistici, i guru che tanto successo hanno riscosso e continuano a riscuotere dalle nostre parti. Ma pensare che loro siano un'espressione dell'India più «autentica» di quella che emerge dal software e dalle industrie militari è un po' come ritenere che la vera cultura europea si trovi solo fra i monaci trappisti e le suore di clausura. Non dite «beh non è proprio la stessa cosa»: lo è. Scienze esatte e materialismo sono tanto profondamente radicati nella cultura indiana quanto in quella occidentale.

Poi, certo, subito dopo i missili e i radar sfilano i reggimenti nelle loro divise favolosamente colorate e decorate, e di colpo le riflessioni serie lasciano il posto all'India che riempie i vuoti della nostra fantasia. I turbanti sui visi barbuti dei sikh, i cammelli delle guardie del Rajastan, le gualdrappe istoriate sulla groppa degli elefanti, ci riportano di colpo all'India dei romanzi di Kipling e dei film hollywoodiani di qualche decennio fa.

E subito dopo, con un crescendo incalzante, la rapida successione dei gruppi di suonatori e danzatori tradizionali provenienti da ogni angolo del sub-continente ci ricordano come ci siano anche loro, le culture antiche, le caste, le cerimonie vecchie di millenni. Per noi europei abituati a considerare il tempo come una specie di treno che corre dritto lungo il suo binario, lasciandosi alle spalle tutti i paesaggi che via via attraversa, questo è il grande, impenetrabile mistero dell'India: la sua capacità di far convivere tutto insieme. La visione del mondo più antica insieme alla tecnologia più avanzata, il potenziale devastante della bomba atomica e l'intoccabilità delle vacche sacre, il sistema delle caste e la mobilità sociale.

Nel tempo circolare indiano c'è posto per tutto e per il suo contrario. Non solo a livello della società ma anche sul piano di ogni singola persona, che può osservare contemporaneamente culti e concezioni di vita apparentemente inconciliabili fra loro. Noi, con i canali del pensiero profondamente segnati da duemilacinquecento anni di principio di non contraddizione, possiamo solo stare a guardare. Capire, quello forse quando rinasceremo indiani.



Vedi anche:

Guida India

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