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Gallura, Sardegna

L’isola Tavolara e le spiagge di San Teodoro

Fra i graniti degli dei

di Daniela Martinelli

 

Isola Tavolara, Punta del PapaOlbia e la Gallura sono ormai sinonimo di Costa Smeralda. Ma nelle vicinanze dei più luccicanti centri turistici della Sardegna ci sono ancora località che appartengono a un mondo molto diverso, relativamente poco affollate e altrettanto facili da raggiungere.

«È ancora notte. Sul mare lilla il Candia fila dritto, rapido e bianco, come un enorme cigno palpitante. Dal cielo chiaro la luna versa una favolosa colonna di diamanti sul mare così tranquillo che pare una infinita pianura coperta di erbe d'un lilla metallico, ondeggianti alla brezza. Nella chiara vaporosità della luna la Corsica appare come una nuvola lontana.

In questo sogno infinito di pace e di mistero la notte svanisce, e fra i primi splendori dell'alba appariscono le coste della Sardegna. Sulle rocce di capo Figari, nere sul cielo d'argento, grava una nuvola che sembra un'aquila immensa dalle ali chiuse. L'isola di Tavolara sorge, come un piccolo monte selvaggio emergente dalle onde tranquille; e poiché è la prima volta che io approdo felicemente alla Sardegna, in questo golfo solitario che pare il principio di una terra ignota, ed ho per la prima volta la visione netta delle cose, guardo quasi commossa l'isola di Tavolara».

Era il luglio 1901 quando Grazia Deledda si commuoveva avvicinandosi alle coste della Sardegna a bordo di un piroscafo. Quello che abbiamo riportato è l'inizio di un articolo pubblicato sulla «Nuova Antologia» in cui la grande scrittrice riporta il diario del suo viaggio attraverso la Sardegna. Nel secolo abbondante ci separa da quel viaggio d'autore, moltissime cose sono cambiate in Sardegna. Di sicuro, nei villaggi lungo quelle coste non regna più la solitudine estrema che trovò Grazia Deledda. Del porto di Golfo Aranci in luglio, per esempio, tutto si può dire ma non che vi regni una «desolazione solenne», e cerchereste inutilmente un traghetto da cui «sbarcano soltanto tre passeggeri di seconda classe e tre di prima». Fra allora e oggi c'è stato il tumultuoso sviluppo turistico che ha fatto della costa nord-orientale della Sardegna una delle più note e ricercate mete di vacanze al mondo.

Eppure in questo mondo di oggi, diverso e in gran parte inconciliabile con quello di un secolo fa, alcune cose non sono cambiate affatto. Nonostante i traghetti carichi di automobili, le vele, i motoscafi, i gommoni, le barche e barchette di ogni dimensione e foggia che per tutta l'estate solcano le acque della Sardegna, il mare, i paesaggi fatti di granito, macchia mediterranea e luce accecante sono rimasti gli stessi, capaci di dare emozioni forti oggi come allora. Soprattutto a chi arriva via mare, come sempre si dovrebbe arrivare, non solo qui, ma in qualsiasi isola, per sentire la separazione del mondo insulare da quello continentale. D'altra parte, però, l'aereo offre il vantaggio di poter vedere tutta insieme, almeno per pochi minuti e con le limitazioni imposte dagli oblò, la bellezza di questa costa e delle isole che vi si affacciano.

Soprattutto della Tavolara, il «piccolo monte selvaggio» che emerge dal mare tranquillo. La Tavolara è un'eccezione in Sardegna, un picco calcareo in un mondo dominato dal granito. Gran parte dell'isola, quasi due terzi del territorio, oltre ad essere impervia e coperta di una fitta macchia mediterranea, è occupata da una base militare e quindi vietata ai turisti. Ma lo scampolo liberamente accessibile basta e avanza per farne un incanto.

L'unica lingua di terra bassa è la punta meridionale, rivolta verso la Sardegna. Qui ci sono due bellissime spiagge, queste sì ancora oggi quasi sempre deserte, e un gruppetto di case troppo piccolo per chiamarlo villaggio, con due ristorantini: probabilmente gli unici ristoranti al mondo gestiti da un re e dalla principessa sua sorella.

La stora dei re di Tavolara è di quelle tanto note quanto ricche di varianti: non ne troverete due versioni perfettamente uguali. La versione più pittoresca è quella che racconta proprio il re in carica, Tonino Berteleoni. Parla di un bisnonno che «occupò» l'isola proclamandosene signore come i conquistatori di altre epoche, di un aspro contenzioso legale con le autorità locali, arrivato fino al re Carlo Alberto di Savoia che, venuto a verificare di persona la situazione - affascinato dal coraggio del Berteleoni - confermò ufficialmente il suo privilegio di re. E poi racconta di carte andate perdute o sottratte con l'inganno, di soprusi giudiziari, fino alla vera occupazione militare di gran parte del territorio, quella della Nato nel 1962.

Altre versioni, meno lusinghiere, parlano di «Giuseppe I di Tavolara» come di un pescatore condannato per bigamia che si rifugiò sull'isola, allora deserta, per sfuggire alla prigione. Altri ancora sostengono che si trattasse semplicemente di un povero pescatore che abitava lì con la sua famiglia, chiamato «re di Tavolara» per scherno. Quello che è certo è che Carlo Alberto visitò davvero Tavolara, per andare a caccia delle famose «capre dai denti d'oro» dell'isola (una specie inselvatichita i cui denti sono resi gialli dall'erba di elicriso di cui si nutrono), e di sicuro Bertoleoni abitava lì e gli fece da guida e da cuoco. Probabilmente Carlo Alberto aveva sentito parlare di quel titolo che gli altri pescatori davano a Berteleoni. Così, complimentandosi per l'assistenza avuta, lo salutò dicendogli che lui era davvero il re dell'isola. Cosa che il pescatore prese sul serio. E che prese sul serio anche un viaggiatore inglese approdato a Tavolara verso la fine del 1800.

Probabilmente si trattava di un nobile impegnato nel suo «grand tour» attraverso l'Europa. Armato di macchina fotografica ed entusiasta come solo gli inglesi sanno essere quando incappano in una storia «pittoresca», l'ignoto viaggiatore fece un ritratto della famiglia reale e lo regalò alla regina Vittoria. Pare che quel ritratto, con una didascalia che parla di Tavolara come del più piccolo regno del mondo, sia tuttora conservato a Buckingham Palace; insieme al fatto che la storia arrivò ai giornali inglesi e fu poi ripresa dalla stampa francese e tedesca, costituisce il vero titolo di legittimazione della dinastia. Che ha recentemente dovuto cedere un'altra fetta del suo «potere» perché dal 1997 tutta la parte dell'isola non interessata dalle servitù militari e il mare intorno a essa fino a Capo Coda di Cavallo è un parco naturale con zone di protezione integrale.

Lasciata la Tavolara (che si raggiunge in una ventina di minuti con battelli che partono dal molo di Porto San Paolo) e proseguendo verso sud, oltre San Teodoro, c'è una delle spiagge più belle dell'isola: la Cinta. Un cordone di tre chilometri di sabbia bianchissima con massi di granito levigato e ginepri piegati dal vento a movimentare il paesaggio. Alle spalle della sabbia, oltre la barriera protettiva delle dune, si apre lo stagno di San Teodoro, uno degli ambienti naturali più singolari dell'isola. In questo acquitrino di oltre tre chilometri quadrati si riproducono anguille e molte specie di pesci che richiamano una grande quantità di uccelli. Chi ha la fortuna di poter venire qui in inverno poi, può assistere allo spettacolo fantastico della grande colonia di fenicotteri rosa che trascorronno la stagione fredda in questo luogo tranquillo e riparato.

Prima di concludere il viaggio, sempre troppo breve, per rendere un ultimo omaggio alla nostra guida spirituale dobbiamo deviare verso nord, superando i centri più blasonati come Porto Rotondo, Cala di Volpe e Porto Cervo, per arrivare a Santa Teresa di Gallura. «Questi gioghi granitici» scriveva la Deledda da bordo del treno a scartamento ridotto che la portava con estenuante lentezza attraverso l'isola, «ora svaniscono nelle lontane trasparenze del mattino, al di là delle quali il viaggiatore che viene da Roma cerca dove possa essere la penisoletta della “Testa”, nelle cui cave, pare ormai provato, furono intagliate parecchie colonne del Pantheon». Tra le surreali architetture scolpite dalle onde nel granito di Capo Testa l'immaginazione corre agli schiavi romani che scavavano, a prezzo di chissà quali fatiche, il granito per abbellire la capitale dell'impero e il tempo; e poi attraversa i secoli per arrivare in un tempo a noi molto più vicino, quando viaggiare attraverso quest'isola era ancora un'avventura riservata a pochi privilegiati. Oggi non siamo più tanto pochi, ma essere qui ci fa sentire ugualmente privilegiati.