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Los Roques, Venezuela

Un grappolo di isolette per una vacanza lontana da tutto

Mare assoluto

di Stefano Riva

 

Gran Roque veduta aereaImmerso nel mar dei Caraibi a poche miglia dalla costa venezuelana e tutelato da un parco naturale, l’arcipelago di Los Roques è la destinazione ideale per chi cerca il mare per il mare: spiagge infinite, sole accecante e acqua limpidissima, qui non c’è altro.

Immaginate un deserto. Un bel deserto di sabbia quasi del tutto privo di vegetazione. Immaginate di spezzettarlo capricciosamente più e più volte, come potrebbe fare un bambino di tre anni lasciato per ore solo a giocare con un foglio di carta. Spargete i coriandoli irregolari che vi sono rimasti in mano su oltre duemila chilometri quadrati di mare. State cominciando a farvi un'idea dell'arcipelago di Los Roques, un grappolo di 350 isole, isolotti, scogli e banchi di sabbia immersi nel mar dei Caraibi, poche decine di miglia a nord della costa venezuelana.

Ci sono lembi di mondo che, almeno a prima vista, sembra di gran lunga più facile definire per sottrazione-parlando di quello che manca-piuttosto che affastellando descrizioni di quello che vi si può trovare. Los Roques è uno dei più affascinanti luoghi delle assenze che vi possa capitare di incontrare. Qui manca praticamente tutto. O meglio: in realtà c'è quasi tutto, ma in misura così ridotta da far sentire in maniera ancora più acuta la distanza che separa la vita rarefatta dell'arcipelago rispetto alle nostre esistenze piene di impegni, divertimenti e avvenimenti vari che si rincorrono e accavallano gli uni sugli altri riempiendo il tempo fino a eliminare anche il più piccolo angolo vuoto.

A Gran Roque, la più grande delle isole e l'unica ad avere una popolazione stabile, c'è un aeroporto: una pista lunga quanto basta per far atterrare e decollare i piccoli aerei che-con orari abbastanza imprevedibili-collegano l'arcipelago con Caracas e con l'Isla Margarita. Una guardiola di legno fa da ufficio di dogana. La pista dell'aeroporto esaurisce anche tutto l'asfalto versato sull'arcipelago. Appena abbandonata la striscia di asfalto, se hai le scarpe ai piedi cominci a sentirti vagamente ridicolo. Qui si cammina scalzi, o al massimo con un paio di ciabattine per proteggersi dai coralli taglienti: ma solo su certe spiagge di formazione più recente, dove il mare e il vento non hanno ancora avuto il tempo di polverizzare per bene la madrepora.

Il villaggio dove vivono i circa 1500 abitanti stabili dell'isola comprende qualche centinaio di casette basse. Alcune sono bianche, altre dipinte a colori vivaci. Ma durante il giorno, quando batte il sole, anche i colori più forti qui sembrano sfumature del bianco. Los Roques non è posto per chi soffra di fotofobia o abbia la pelle troppo sensibile ai raggi del sole. Da quando la mattina salta fuori dall'orizzonte e raggiunge l'apice esaurendo in pochi minuti la luce calda dell'aurora al momento in cui comincia l'altrettanto veloce tramonto, il sole domina incontrastato il cielo di Los Roques e la sensazione costante è di essere immersi in un bagno di luce quasi insopportabilmente intensa. Sensazione peraltro molto vicina al vero. Controllando i dati di esposizione sulla macchina fotografica si scoprono diaframmi sempre estremamente chiusi e tempi di scatto a prova di mano tremolante.

Il ricordo dei cieli umidi e dei colori pieni del Nord Europa qui sfuma e prende le sembianze di una fantasia lontana. Da queste parti, l'ombra è uno dei beni più rari. Anche perché non ci sono alberi. C'è qualche palma: giusto quelle che bastano perché si noti quanto siano poche rispetto a quelle che si trovano sulla maggior parte delle isole dei Caraibi. C'è qualche ciuffo di mangrovie, ma anche queste sono ben poca cosa rispetto ai grandi boschi, fitti e solcati da canali ombrosi, che si trovano lungo la costa venezuelana. A parte le scarne palme e le mangrovie poi, la vegetazione è ridotta a qualche pianta grassa. Ma molte delle isole più piccole non hanno nemmeno queste.

Qualcuno cerca di far crescere nel cortile di casa un fico o qualche albero altrettanto resistente alla siccità. Ma anche gli alberi meno esigenti qui sono un problema. Durante la stagione secca, che occupa gran parte dell'anno, non piove mai. La cosiddetta stagione delle piogge, al di là del calendario ufficiale che la fa durare quattro mesi, si risolve solitamente nel giro di qualche settimana a cavallo fra settembre e ottobre. E poi non è affatto detto che poi piova davvero, almeno non come noi siamo abituati a intendere la pioggia. Tanto meno ci si può aspettare di sperimentare i violenti rovesci che mantengono verdi molte delle isole dell'area caraibica.

Tutta l'acqua dolce di Gran Roque è prodotta da un impianto di desalinizzazione, alimentato dalla piccola centrale elettrica che illumina le case. Quando i generatori sono fermi per un guasto, evenienza non infrequente e che può durare anche giorni interi, l'unica acqua disponibile è quella portata dalle cisterne della Marina militare venezuelana, e non la si può certo sprecare per annaffiare le piante: anche farsi la doccia diventa una cosa da progettare con cura ed eseguire nel più breve tempo possibile.

Durante i black out elettrici si interrompono anche le trasmissioni di Radio Roquena FM 101.9, l'emittente locale improvvisata da un gruppetto di giovani dj. Ma anche la radio, con la modestia dei suoi mezzi, finisce per sottolineare piuttosto che colmare la differenza dell'arcipelago. Come le lampadine che quando va tutto bene si accendono, se no si passa alle candele. Come l'aeroporto tanto piccino da richiamare alla mente la casa cantata da Sergio Endrigo una trentina d'anni fa e recentemente rispolverata da un jingle pubblicitario.

Come i «taxi» dell'arcipelago: barche di pescatori che, quando sei stanco delle spiagge di Gran Roque e ti senti pronto per una solitudine ancora più totale, la mattina ti scaricano su una delle isolette completamente disabitate e tornano poi a prenderti prima del tramonto. Tutto perfettamente organizzato, compresa la ghiacciaia piena di bibite e l'ombrellone: entrambi forniti dal gestore della posada dove dormi, entrambi articoli di sopravvivenza. E anche questa routine non fa altro che sottolineare la diversità del luogo.

Le posadas sono case originariamente abitate da pescatori, ristrutturate per mettere quattro-sei camere a disposizione dei turisti. Sono le uniche sistemazioni esistenti sull'arcipelago, perché la legge che nel 1972 ha istituito il Parco nazionale che tutela lo straordinario ambiente di Los Roques, vieta la costruzione di alberghi. E anche loro, nel loro comfort senza fronzoli, contribuiscono al senso di straniamento che ti accompagna dal momento in cui sbarchi. Perché su una settantina di posadas in tutto, almeno un terzo sono gestite da italiani. Altre sono di proprietà di coppie miste italo-venezuelane. Così, dopo dieci ore di volo dall'Italia e il salto di mezz'ora da Caracas a qui, ti ritrovi in un posto dove l'italiano è una specie di lingua franca che capiscono tutti.

È abbastanza facile comprendere come nei primi decenni del 1900 uno dopo l'altro un piccolo manipolo di pescatori si siano trasferiti qui dall'Isla Margarita, sempre più affollata e di conseguenza circondata da fondali sempre meno pescosi. Nella laguna di Los Roques il pesce è abbondantissimo e, quando è stagione, altrettanto abbondanti sono le aragoste. Vivere e lavorare qui per un pescatore voleva dire una vita scomoda ma senza sorprese.

Ma che cos'è che oggi spinge qualcuno che viene da Milano, da Roma o da Palermo a scegliere di sistemarsi per la vita un posto come questo dove manca tutto, dove conquistare un ceppo di lattuga venduto a caro prezzo al mercato mattutino è un piccolo trionfo, dove si riesce - a fatica - a comunicare con il mondo esterno solo grazie ai telefoni cellulari perché le linee telefoniche normali fin qui non arrivano?

Se glielo chiedi, loro ti rispondono che sono rimasti stregati dalla tranquillità di questo luogo, che alle piccole difficoltà pratiche ci si abitua presto, perché sono abbondantemente compensate da una vita la cui qualità è costruita su un silenzio più sottolineato che rotto dal fruscio degli alisei che, senza sosta, ventilano dolcemente l'arcipelago impedendo che il caldo diventi soffocante. E su notti in cui, quando tutti dormono e non c'è la luna a illuminare il cielo, il buio è buio davvero, un'oscurità totale che incute soggezione e cancella di colpo tutta la luce accumulata negli occhi durante il giorno. Una qualità della vita fatta di gesti misurati, di pomeriggi passati a sonnecchiare dondolando dentro un'amaca. Ma anche di case in cui la netta separazione fra dentro e fuori è un concetto quasi sconosciuto.

Ci sono pescatori che per buona parte dell'anno vivono su uno degli isolotti minori abitando la loro rancheria (baracca), nome che a volte sembra persino troppo ambizioso per riferirsi a quella che non è altro che una tettoia al cui riparo è appesa un'amaca: non serve altro, qui. E spesso anche la tettoia è superflua. In una notte calda capita di vedere qualcuno tranquillamente addormentato all'aperto: la spiaggia dietro casa, o la barca tirata in secca, diventano stanze come le altre. Per la verità non c'è nemmeno bisogno di tirarla in secca, la barca. Sui fondali bassi della laguna le onde non hanno mai lo spazio sufficiente per alzarsi e al massimo increspano la superficie dell'acqua in maniera appena percettibile. Ma basta un minimo riparo per neutralizzare anche le più piccole increspature.

Le pubblicazioni turistiche decantano Los Roques come l'ultimo vero paradiso caraibico. Hanno probabilmente ragione. Ma non è detto che rimanga così per sempre. Ormai nei periodi di alta stagione diventa difficile trovare una camera libera a Gran Roque, nonostante il grande proliferare di posadas negli ultimi anni. Nonostante il Parco nazionale e le sue regole, alcuni caraqueni facoltosi sono riusciti a ottenere i permessi per costruire un gruppo di ville su una delle isole precedentemente disabitate. E le hanno dotate di un generatore e di una cisterna per l'acqua dolce indipendenti da quelle di Gran Roque.

Certo, la costruzione di qualche villa modellata sulle case dei pescatori non è propriamente una cementificazione selvaggia. Così come non basta lo sbarco di qualche decina di turisti al giorno (soprattutto connazionali attratti dal passaparola), per trasformare Gran Roque in Ibiza. Le spiagge tappezzate di corpi sono lontane. Ma intanto ci sono molte posadas che appena pochi anni fa non c'erano. Ci sono le ville, c'è la radio, e anche loro appena pochi anni fa non c'erano. Forse, in ossequio ai regolamenti del Parco nazionale, lo sviluppo non andrà oltre. Forse proseguirà, e alla fine Los Roques diventerà un posto un po' meno diverso.



Vedi anche:

Guida Venezuela

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