Viaggi Magazine - vacanze offerte voli alberghi cartine guide foto mostre manifestazioni

Palenque - Chichén Itzà, Messico

Le rovine maya del Chiapas e la rinascita tolteca dello Yucatan

Le città del mistero

di Flavio Grassi

 

PalenqueLa riscoperta delle città degli antichi Maya è uno dei capitoli più affascinanti dell´archeologia. Ancora oggi, a distanza di più di un secolo, molte teorie fantasiose cercano di rintracciare l´origine della loro originale civiltà fra i popoli del Vecchio Mondo. O addirittura fra gli extraterrestri.

Palenque è dove cominci a farti un´idea di cosa possa voler dire trovare una città scomparsa. Volendo avvicinarsi il più possibile all´emozione che devono aver provato Stephens e Catherwood, i due archeologi dilettanti che l´hanno scoperta nel secolo scorso, l´ideale sarebbe trattenere la curiosità e attardarsi per un po´ nella giungla. Non è un gran sacrificio, perché la Selva Lacandona, la foresta pluviale del Chiapas, è uno spettacolo per cui varrebbe la pena di fare il viaggio anche se non ci fosse alcun sito archeologico da vedere.

Per esempio: dalla strada Ocosingo-Palenque, poco prima di arrivare alle rovine, parte una stradina sterrata che si addentra nel folto. Se siete soli alla guida di un'auto a noleggio, vi può venire la tentazione di tornare indietro: il percorso non è dei più facili, e se ci capiti alla fine della stagione delle piogge in certi punti può essere piuttosto difficile. Gli insetti sono fastidiosissimi. I rumori della giungla sono affascinanti, ma se uno cresciuto in città mi dice che non gli provocano nemmeno un po´ di ansia, non gli credo.

Il premio per chi resiste a tutte le argomentazioni di buon senso che ti vorrebbero convincere a lasciar stare si chiama Yax-Ha o, in spagnolo, Cascadas de agua Azul. Sembra la più indiavolata delle fiestas, con l´acqua a far da protagonista: centinaia di cascate piccole e grandi, che si gettano in piscine naturali calmissime, che a loro volta si dissolvono in mulinelli e rapide. Il posto è tutt´altro che sconosciuto, ed è difficile trovarsi qui da soli. Ma non ha importanza. Pochi minuti qui, o di fronte alla vicina (e più facilmente raggiungibile) cascata di Misol-Ha, e l´aria impregnata di umidità, il verde scuro delle foglie, gli odori densi del sottobosco dissolvono il ricordo degli uffici di vetro e plastica animati dal ronzio dei computers.

Quando ci arrivarono Stephens e Catherwood, non c´era la spiantata dove ora vediamo il Tempio delle iscrizioni e gli altri monumenti completamente o parzialmente restaurati. Era tutto come ai margini del sito, dove si trovano ancora edifici sepolti nella vegetazione. La foresta era così densa che i due esploratori e i loro aiutanti si accorgevano degli edifici solo quando ci si trovavano sopra: e anche così a volte non era facile distinguere una rovina da un semplice ammasso di pietre.

Prima di arrivare qui i due avevano già scoperto Copàn, nell´attuale Honduras, ma la raffinatezza dei bassorilievi a stucco che affioravano a mano a mano che le pareti venivano liberate dalle spesse incrostazioni di muschio non aveva uguali. Palenque è considerata da molti la più bella e affascinante di tutte le antiche città Maya. Non ha ancora svelato tutti i suoi segreti: attualmente è in corso uno dei tanti progetti di scavo e recupero che si sono via via succeduti nel tempo. E che dovranno probabilmente continuare a lungo, anche perché la foresta rischia sempre di inghiottire nuovamente le parti che sono lasciate senza manutenzione anche solo per poco tempo.

Buona parte delle leggende di fantarcheologia che sono sorte intorno ai Maya ha avuto origine proprio dai monumenti di Palenque. Tanto che la storia della riscoperta dei Maya è affascinante quasi quanto la loro stessa civiltà. Il fatto è che quando gli archeologi hanno cominciato a riportare alla luce le rovine dell´antica Troia, il palazzo di Minosse a Creta, e tutte le altre testimonianze dell´antichità mediterranea, non facevano altro che trovare i tesori di cui i narratori antichi, da Omero in avanti, ci avevano lasciato abbondanti descrizioni. Ma agli inizi del secolo scorso, il concetto di «civiltà india» sembrava ai più una contraddizione in termini. Gli indios erano considerati selvaggi fermi all´età della pietra, punto e basta. Sembrava semplicemente ridicolo affermare che avessero sviluppato in maniera del tutto autonoma una cultura complessa, dotata di un sistema di scrittura, di raffinati concetti matematici e di precisi canoni estetici. Per la verità i conquistatores e i primi missionari spagnoli qualcosa di questa misteriosa civiltà l´avevano vista, e avevano diligentemente provveduto a cancellarne per quanto possibile le tracce. Diego de Landa, un missionario francescano arrivato nello Yucatan verso la fine del 1500, riferisce orgogliosamente nel suo diario di aver bruciato la grande biblioteca maya trovata in un palazzo di Manì.

Ma la cosa più interessante è quello che è successo dopo che le scoperte archeologiche, e in particolare il ritrovamento di Palenque, avevano reso del tutto evidente l´esistenza di una grande civiltà. Mandar giù l´idea che si sia potuta sviluppare una cultura del tutto separata da quelle del Vecchio Mondo non è facile. Così da duecento anni c´è chi si affanna a cercare di dimostrare che i Maya altro non fossero che i discendenti di un gruppo di antichi Egiziani, o degli Ebrei della diaspora, o di navigatori irlandesi. Le analogie fra le decorazioni del Tempio della croce di Palenque e alcune raffigurazioni nei templi di Angkor Wat in Cambogia sono state esibite come «prova» del fatto che i Maya fossero approdati alle coste del Messico proveniendo dal sud-est asiatico attraverso il Pacifico. Qualsiasi cosa pur di non lasciare ai poveri Maya il merito di essersi inventati la loro civiltà da soli. Perché a mano a mano che si cominciavano a decifrare le loro iscrizioni si capiva sempre meglio che la loro era una cultura dotata di strumenti concettuali molto raffinati. Un esempio per tutti: solo tre popoli al mondo sono arrivati al concetto matematico dello zero: gli Indiani, gli Assiri e i Maya. I Romani non lo conoscevano, e anche gli antichi Greci facevano senza: in Europa lo zero è arrivato solo nel medioevo, portato dai matematici arabi.

Il punto più alto in questa gara per strappare ai Maya la parternità della loro cultura è recente e deriva dalla scoperta del sarcofago del re Pacal all´interno della piramide su cui sorge il Tempio delle iscrizioni. Nel 1949 l´archeologo Alberto Ruz intuì che sotto la pietra centrale del pavimento, caratterizzata da strani fori, potesse esserci un passaggio segreto. Ci vollero tre anni di scavi per liberare completamente la scalinata che porta alla tomba e scendendo nel cunicolo non puoi che apprezzare la determinazione di chi ci ha dovuto lavorare. Il soffitto costringe anche me - che proprio non sono un gigante - a chinarmi, le pareti sono tanto vicine che se non ne tocchi una ti appoggi all´altra, sui gradini riesci a posare si e nò metà del piede. Ma tutto questo è niente a confronto dell´aria da bagno turco con la regolazione del vapore difettosa. Chi soffre di claustrofobia fa meglio a farsela raccontare. La camera mortuaria è piccola e le dimensioni della lastra di pietra che copre il sarcofago, lunga quasi quattro metri e larga due, dimostrano che la piramide gli è stato costruita intorno: un´eccezione nell´architettura maya, in cui le piramidi servivano di solito da base ai templi, non da tombe. Ma del resto anche il personaggio che vi è stato sepolto era tutt´altro che comune: certo però non era un extraterrestre sbarcato oltre diecimila anni fa come hanno sostenuto i fantarcheologi più dotati di immaginazione.

Grazie alle incisioni sul lastrone e alla precisione del calendario maya, sappiamo che la tomba proteggeva il corpo del re Pacal, nato il 6 marzo del 603 dopo Cristo. A soli dodici anni, il 29 luglio 615, Pacal fu incoronato re e tenne la corona fino alla sua morte, all´età di oltre 81 anni. Dopo il suo lunghissimo regno, i figli - Chan Bahlum prima e Kan Xul dopo - portarono la potenza di Palenque all´apice. Era il momento del massimo sviluppo di tutta la civiltà maya, quello che gli archeologi chiamano il Periodo classico. Un vastissimo territorio, dall´Honduras al Guatemala alle pianure meridionali del Messico era sotto il loro controllo, e Palenque era uno dei cardini di questo immenso potere. Durò ancora tre o quattro generazioni. Poi cominciò il disfacimento. Pochi decenni dopo la morte di Pacal le registrazioni di date, fino a quel momento ossessivamente minuziose, si interrompono di colpo. Non era solo il crollo di una città, ma l´implosione di una intera civiltà.

Intorno al nono secolo della nostra era tutti i grandi centri delle pianure meridionali e centrali vengono abbandonati, lasciando edifici costruiti a metà e statue appena sbozzate. Quale sia stata la causa del collasso nessuno lo sa. Sono state fatte le ipotesi più varie: una catastrofe ecologica provocata dalla stessa espansione della popolazione e dall´agricoltura «taglia e brucia» che avrebbe trasformato ampie zone in savana inutilizzabile; disastri naturali come una sequenza di terribili terremoti o di uragani, o ancora una grande epidemia. Fra le ipotesi più insistentemente proposte, quella di una serie di guerre civili o di una rivolta della popolazione contro l´aristocrazia che reggeva il potere con mano sempre più pesante. Oppure le invasioni di tribù messicane, che sicuramente ci furono, ma non si sa se furono la causa della fine o piuttosto una conseguenza del vuoto di potere.

I nuovi padroni dello Yucatan

Le città dello Yucatan ebbero una sorte un po´ diversa. Centri come Chichén Itzà e Uxmal erano ancora fiorenti nel dodicesimo secolo. Ma già Stephens e Catherwood, che visitarono lo Yucatan durante il loro secondo viaggio, intuirono che a Chichén Itzà «era successo qualcosa». L´architettura era certamente maya, ma sembrava aver perduto l´eleganza di Palenque in favore di un gusto per forme più grandiose ma anche più rozze.

L´intuito dei due grandi dilettanti vedeva giusto. Chichén Itzà era stata abbandonata più o meno nello stesso periodo in cui si svuotavano Palenque, Tikal e gli altri centri, ma era poi stata interamente ricostruita un paio di secoli dopo, quando lo Yucatan fu conquistato dagli eserciti di uno dei personaggi più famosi dell´epopea precolombiana: il re che si faceva chiamare come il dio «Serpente piumato» cioè, nella sua lingua, Quetzalcoatl o, in lingua maya, Kukulcan. I nuovi padroni di Chichén Itzà erano guerrieri toltechi, originari degli altipiani a nord di Città del Messico. Come spesso fanno gli invasori, arrivati nello Yucatan i Toltechi si impadronirono, oltre che dei territori, anche dei monumenti e di quello che restava della cultura maya, e vi sovrapposero le loro tradizioni.

Il Castillo, la grande piramide di Chichén Itzà, è costruito sopra una più antica piramide maya, e sulla sua sommità è ancora al suo posto l´inquietante Characol, la statua semisdraiata nella cui cavità veniva posto il cuore ancora palpitante delle vittime dei sacrifici umani, che i Toltechi praticavano molto più frequentemente di quanto avessero mai fatto i Maya. Sul fondo delle due grandi cisterne naturali attorno a cui è sorta la città, i cenotes, sono stati trovati molti scheletri umani, quasi sicuramente di vittime sacrificate durante riti che avevano a che fare con la conservazione o il rinnovamento delle riserve d´acqua che, in questa regione arida (le foreste pluviali del Chiapas sono lontane) erano preziose.

Una delle innovazioni che i toltechi portarono con sé nello Yucatan era il gioco della palla. Era un gioco più simile al basket che al calcio, dato che consisteva nel far passare la palla di gomma (piena) in un anello messo a una certa altezza, ma insomma, sempre di due squadre di uomini che inseguono una palla si trattava. E questa è una cosa che mi impressiona quasi quasi più di qualsiasi altra: se civiltà così lontane e diverse come la nostra e la tolteca hanno sviluppato giochi tutto considerato tanto simili, forse dobbiamo rassegnarci all'idea che il Campionato ce l´abbiamo proprio codificato nel genoma. E che per i perdenti ci sarà sempre un Processo del grande sacerdote di turno. Sì, va bene, qualcosa è cambiato: oggi a quelli che perdono non strappano più il cuore con le mani.



Vedi anche:

Guida Messico

Ultimi articoli pubblicati: