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Assisi, Umbria

San Francesco e il moderno amore per la natura

Incanto millenario

di Flavio Grassi

 

Basilica di San FrancescoAssisi è la città di Francesco. Ma era già considerata un luogo sacro in epoca etrusca e romana. Aggregandoci volentieri alle moltitudini di turisti e pellegrini che affollano i monumenti più visitati, vediamo anche le vestigia di età precedenti.

Bisognerebbe invertire i termini: non dire più san Francesco d´Assisi, ma Assisi di san Francesco. Perché san Francesco è san Francesco e ha la sua personalità ben definita e assai robusta anche senza precisare dove sia nato. Assisi no. Dopo la canonizzazione di Francesco (proclamata in tempo record nel 1228, nemmeno due anni dopo la sua morte), Assisi ha per sempre smesso di essere semplicemente Assisi per diventare la città di san Francesco.

Una bella responsabilità, essere conosciuta in tutto il mondo come la città del primo uomo moderno. Già, perché Francesco è mica un santo qualsiasi. Per farsi un´idea - una idea pallida, pallidissima: come le pietre delle case di Assisi nella luce azzurra prima del sorgere del sole - della novità di san Francesco occorre fare un piccolo sforzo e convertire la poltrona in una bella macchina del tempo.

Siamo agli inizi del 1200. L´Europa è tutta una sterminata foresta che neanche l´Amazzonia gli si avvicina. In mezzo a questa foresta densa, selvaggia, piena di pericoli mortali, gli uomini ci si sentono come Hansel e Gretel: piccoli, sperduti, impauriti. Con una fatica che noi neanche ci possiamo immaginare, qua e là queste creaturine indifese liberano un po´ di terreno dagli alberi, scavano pietre da costruzione, tirano su le loro città. Città piccole, con le case ammassate le une sopra le altre a tenersi compagnia e farsi coraggio a vicenda. Le città - incredibile, vero? - sono oasi di sicurezza. Il pericolo è fuori: sugli acciottolati delle stradine uno non rischia di scontrarsi con un orso né di essere inseguito da un branco di lupi che ha scelto proprio lui come pranzo.

Gli uomini del medioevo non ci trovano niente di bello nella natura. Bello per loro può essere solo qualcosa che sia stato costruito dall´uomo. La natura è minacciosa, orribile, violenta. E forte, troppo forte.

Poi arriva questo ometto coperto di stracci come un barbone qualsiasi e si mette a spiegare a tutti quelli che vogliono starlo a sentire che la guerra è finita. La natura non è più il nemico da abbattere e dominare. Gli uccelli e gli animali, ma anche il sole, il vento, le nubi, l´acqua e il fuoco sono nostri fratelli e sorelle. Non cose utili, magari da trattare con un po´ di riguardo per evitare che si rovinino troppo. Nossignori, proprio fratelli e sorelle, cioè, per definizione, nostri pari. Dice che sono belli perché ci sono e, siccome esistono sono titolari di tanti diritti quanti ne abbiamo noi. Roba che, al confronto, la rivoluzione copernicana, affermare che la Terra gira intorno al Sole e non viceversa, è un giochetto da ragazzi.

Magari qualche fine accademico e molti dotti teologi possono storcere il naso, ma niente mi toglie dalla testa che, se noi oggi possiamo dire “Che bello!” di fronte a quei radi scampoli di natura più o meno selvaggia che ancora teniamo in vita con le flebo, lo dobbiamo a lui. Ma forse gli dobbiamo anche di più: forse dobbiamo ringraziare la crisi che ha trasformato il giovanotto gaudente e scapestrato nel fondatore dell'ordine dei frati minori se quegli angoli di natura ancora esistono.

E Assisi? Già, Assisi. L´avevo ben detto io che non appena uno prende a parlare di Assisi si ritrova a raccontare di san Francesco. E per la verità, a parte le suggestioni spirituali, della “Disneyland del santino”, come l´ha chiamata qualcuno, oggi è anche facile parlare male.

“Assisi non è tanto dei suoi abitanti - gente, del resto, che abita le case dei santi con estrema naturalezza - quanto delle migliaia e migliaia di pellegrini che la visitano e, visitandola, la conservano e perfezionano.” Ho trovato questa citazione in un raffinato libretto con due prose d´arte dedicate ad Assisi. Ma l´autore, Cesare Angelini, scriveva nell´ormai lontano 1968. Oggi, ad accalcarci nelle chiese e ad ansimare su per le ripide stradine di Assisi siamo 4-5 milioni ogni anno. Altro che “migliaia e migliaia”. Ci metto la buona volontà, ma le nostre camicie sudate, i cappellini di tela bianca, le risate, i panini, le videocamere e il resto che ci portiamo dietro quando sbarchiamo dai pullman, proprio non riesco a vedere in che modo con tutto ciò riusciamo a “conservare e perfezionare” Assisi.

Eppure. Eppure, un piccolo miracolo si ripete ogni giorno della lunga stagione turistica di Assisi. O forse un miracolo grande? Non so, non sono particolarmente qualificato come giudice della magnitudo dei miracoli, ma sono sicuro che un miracolo deve essere. Perché con tutto quello che noi pellegrini, turisti, e visitatori di ogni genere possiamo fare per consumare e involgarire Assisi, Assisi resta un incanto che non si lascia consumare né involgarire.

Basta grattare appena sotto la superficie per scoprire che Assisi è sì san Francesco e i luoghi canonici del pellegrinaggio francescano, ma è anche molto di più. Per carità, non è che adesso stia dicendo che i punti più famosi del borgo siano roba da trascurare: bisognerebbe essere matti per andare ad Assisi, fosse pure per la centocinquantesima volta, e non fermarsi nella incredibile Basilica con le due chiese sovrapposte, le luci emozionanti, gli affreschi che ancora oggi continuano a scatenare dispute a non finire fra gli storici dell´arte che non riescono a mettersi d´accordo su quanto Giotto ci sia; dispute dotte che mi incuriosiscono, ma non spostano di una virgola l´incanto che ogni volta mi fa restare per dei quarti d´ora a fissare quelle figure con la mascella che a poco a poco scende e mi dona una espressione particolarmente intelligente. E come venire da queste parti e non fare almeno una capatina all´Eremo delle carceri? Vero che, con la fiumana di gente che mi accompagna, oggi è tutto fuorché un “eremo”. Ma il fascino resta. Insomma, alla faccia degli snob secondo cui se un posto piace a tanta gente allora non vale più la penda di andarci, io ai principali monumenti della tradizione francescana non rinuncio.

Poi però mi accorgo che uno dei miei posti preferiti è la piazza del Comune. La piazza è dominata dalla torre comunale, costruita nel 1275 a completamento del palazzo del Capitano del Popolo. Ma per me la piazza è soprattutto il luogo del tempio di Minerva.

È uno dei templi classici meglio conservati. Certo, quando i Romani lo costruirono, tra la fine dell´epoca repubblicana e i primi anni dell´impero, avevano ben altro in mente che quello che possiamo vedere ora. Quell´edificio era il cuore della città. La piazza antistante era tre metri più in basso di quella attuale, ed era pensata per mettere in risalto e valorizzare il tempio. Oggi, con la scalinata inghiottita dall´innalzamento della piazza, la mole della torre che gli incombe sopra e il palazzo che lo stringe sull´altro lato, fa l´effetto di quelle casette a due piani che a volte sopravvivono per caso fra i grattacieli delle grandi città: lontani ricordi di un passato che fa tenerezza. Al punto che a un certo momento nessuno ha più il coraggio di abbatterle e le camere da letto diventano le sale di un piccolo museo o gli uffici di un´agenzia di pubblicità. Così è stato per il tempio classico, il cui interno, nel 1539 fu trasformato in una chiesa. Barocca per giunta.

Ma quelle sei colonne superstiti mi piacciono perché è partendo da loro che cominci piano piano a renderti conto che, se è vero, come è vero, che era già considerata una città sacra una dozzina di secoli prima che nascesse il Poverello, Assisi non è solo san Francesco.

Allora cominci ad accorgerti delle mura. Una meraviglia di cinque chilometri di lunghezza, costuite già dagli antichi Umbri prima dell´arrivo degli Etruschi e poi dei Romani. Le mura seguirono il destino dell´impero romano: furono devastate dagli Ostrogoti di Totila. In seguito, da Assisi sono passati un po´ tutti. La città ha dovuto sopportare le invasioni dei Bizantini, dei Longobardi, dei Franchi di Carlomagno. Assisi piaceva a re e imperatori (e come dargli torto?) gli piaceva al punto che l´Imperatore per antonomasia, Federico Barbarossa, stabilì una residenza nella Rocca maggiore che domina le mura. E Federico II fu battezzato nel Duomo di san Rufino, come Francesco e Chiara.

Gli assisani però, pur non amando molto i Papi non sopportavano nemmeno di avere sempre in casa gli imperatori germanici e nel 1198 buttarono giù la Rocca. E tra gli assalitori, guarda un po', c´era anche lui, Francesco figlio del ricco mercante Bondone, diciottenne di buoni studi e avviato verso una gloriosa carriera militare. Poi cambiò idea, e meno male. Non me lo vedo mica tanto uno dentro un'armatura di ferro che si fa scarrucolare giù dal cavallo, posa lo spadone e declama:

Laudato si', mi Signore, per quelli che perdonano per lo Tuo amore
et sostengono infermitate et tribulatione.

Beati quelli ke ‘l sosterranno in pace,
ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.