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Vigevano, Lombardia

Piazze d’arte italiane

Il rettangolo magico

di Flavio Grassi

 

Piazza Ducale e la facciata del duomo

Molti la considerano la più bella piazza d’Italia, la piazza rinascimentale per antonomasia. Anche senza cimentarsi con impossibili classifiche, piazza Ducale colpisce tutti i visitatori per la stupenda armonia del suo spazio. Una perfezione raggiunta attraverso interventi e modifiche nel corso dei secoli a partire dal primo progetto di Donato Bramante. Ma insieme all’architettura contribuisce al piacere di piazza Ducale la vita che vi si svolge ogni giorno: questo non è un museo all’aria aperta ma il cuore della cittadina, il salotto comune dei vigevanesi.

I vigevanesi sono innamorati della loro piazza. Se gli chiedi di indicarti il motivo principale per cui uno dovrebbe visitare Vigevano prima di tutto spalancano gli occhi poi, quando si sono ripresi dallo sbalordimento per essersi sentiti chiedere una cosa tanto ovvia, ti dicono «Ma... per la piazza Ducale!» Dicono così: per la piazza, non per vedere la piazza. Il «salotto d'Italia» per loro è soprattutto uno spazio da vivere. È il posto dove ci si dà appuntamento e dove ci si ritrova anche senza bisogno di appuntamento per quel rito che altrove si chiama struscio e qui, a seconda dell'età di chi parla, fare «il solco» o «le vasche». Sporattutto di sabato e domenica pomeriggio, i ragazzi passeggiano sotto i porticati e, nella bella stagione, si siedono ai tavoli all'aperto dei bar per mangiare un gelato. Gli adulti si riuniscono in crocchi sull'acciottolato parlando di sport, di politica, dei fatti loro; e si siedono agli stessi tavoli per bere un aperitivo.

È così facile lasciarsi coinvolgere dall'atmosfera creata dalla gente che si rischia di far poco caso agli edifici che stanno intorno. Come se la bellezza dell'ambiente fosse un qualche cosa di poco appariscente, una musica visiva di sottofondo che sta lì a metterti di buon umore senza farsi notare troppo. Ma prima di lasciarvi ipnotizzare dedicate qualche minuto a osservare bene quello che vi circonda: ne ricaverete un piacere moltiplicato, perché gli edifici che racchiudono la piazza Ducale raccontano una storia affascinante.

Mettetevi sotto la statua che guarda la piazza dal lato opposto a quello del duomo. Meglio di pomeriggio, perché di mattina il controluce crea sì effetti incantevoli, ma dopo un po' affatica gli occhi. La statua è di san Giovanni Nepomuceno, anzi: Johann Nepomuk, come recitava la scritta scolpita nel basamento prima che l'erosione la cancellasse del tutto. Poi vi racconto che cosa ci fa un santo praghese a Vigevano, ma per ora guardate la piazza.

Proprio davanti a voi c'è il Duomo, che chiude tutto il lato est della piazza. Complice la geometria dei lastroni di granito inseriti nell'acciottolato e la simmetria dei porticati, la concavità della facciata barocca risucchia irresistibilmente lo sguardo verso di sé. Se ve lo chiedessero così, a bruciapelo, direste che tutta la piazza è stata concepita come uno spettacolare sagrato. E questo è proprio l'effetto che voleva ottenere il vescovo Juan Caramuel. Sì, era spagnolo: vedete? la storia della nostra piazza di provincia sta cominciando ad assomigliare a un intrigo internazionale.

Quando arrivò monsignor Caramuel, che era uno degli ingegni più brillanti del suo tempo, affiancava alla cura della diocesi lo studio di astrusi problemi matematici e si dilettava di lingue orientali, la piazza c'era già da un paio di secoli. Ed era nata per tutto un altro scopo: ricordate che si chiama piazza Ducale, non piazza del Duomo.

Allora, partiamo dall'inizio. Nella sua prima versione la piazza fu concepita nel 1492, l'anno della scoperta dell'America e l'anno dal quale i libri di storia chiudono il Medioevo e fanno partire l'Età moderna. Il progetto era del massimo architetto del momento: Donato Bramante con la collaborazione, pare, nientemeno che di Leonardo da Vinci. E già cominciamo a intuire che cosa mai abbia di tanto speciale questo quadrilatero. Non solo è uno dei primi esempi di piazza rinascimentale, è anche una delle pochissime piazze esistenti progettate come insieme unitario, e da quali progettisti, poi. Ma c'è di più.

Nell'intenzione di Ludovico il Moro la piazza, insieme alla trasformazione del castello medioevale in sontuoso palazzo rinascimentale e alla costruzione di opere civili come vari mulini e la splendida cascina Sforzesca a tre chilometri dalla città, faceva parte di un progetto molto più ampio e ambizioso. Oggi la chiameremmo una generosa utopia umanistica: Ludovico sognava di fare di Vigevano la "città ideale".

piazza Ducale Anche se rimase incompiuto, ascoltando le parole di qualche abitante viene il sospetto che quel sogno abbia dato buoni frutti e continui a produrne ancora oggi. «Si vive bene qui, questa è una città solare,» mi dice Giulia Montalbano. Capite bene che un aggettivo come «solare» applicato con convinzione a una città lombarda da una persona che -- come tradisce il cognome e mi conferma lei stessa -- è di origine siciliana, fa un certo effetto. Tanto più che la signora Montalbano è una dipendente comunale e ha lavorato per molti anni ai servizi sociali, quindi conosce bene anche gli aspetti meno facili della vita quotidiana dei suoi concittadini. Ma da quello che mi racconta appare evidente che i vigevanesi oltre la piazza amano tutta la loro città: «Qui c'è moltissimo volontariato, la gente si impegna nel sociale, nella cultura. C'è una grande partecipazione.»

Invidiabile. Torniamo alla piazza da cui sembra emanare tutta questa energia positiva. Oggi è un po' diversa da come l'aveva disegnata Bramante. Perché Ludovico il Moro ne aveva ordinato la costruzione come anticamera nobile del castello che, dal nostro punto di osservazione sotto la statua, sta sulla destra, nascosto da un palazzo. Questo è un altro degli interventi di monsignor Caramuel. Prima c'era una scenografica rampa che dominava gran parte del lato lungo della piazza e convogliava l'attenzione proprio sul castello. Pensate che spettacolo doveva essere vedere i cortei ducali che arrivavano qui in primavera per passare tutta l'estate lontano dall'afa milanese.

Il cortile del castello sforzesco Quando avete finito di guardare la piazza salite per la scalinata ed entrate nel cortile del castello. Visitate le scuderie: sono enormi, c'è posto per quasi mille cavalli. E poi sul cortile si affacciano ben due grandi falconiere. Immaginate la moltitudine di zoccoli che scalpita sulla piazza prima di salire solennemente per la rampa d'accesso con gli araldi che soffiano nei corni, i falconi che sbattono le ali appollaiati sul braccio degli scudieri, le dame che si affacciano dalle loro portantine. Maestoso: troppo per un vescovo-governatore insediato da chi aveva messo fine alla grandezza degli Sforza. Soprattutto perché in tutto quello sfoggio di antica e ormai decaduta potenza ducale il Duomo sembrava il parente povero, messo com'era un po' sghembo e decentrato rispetto alla piazza. Guardatela bene, la facciata. Dietro il portale di sinistra non c'è una navata ma una strada. E se osservate attraverso la cancellata che chiude quello di destra vedete il fianco di mattoni della cattedrale originale. Insomma, il geniale vescovo spostò di novanta gradi il punto focale della piazza in due mosse: costruì una facciata sghemba davanti al duomo, e un edificio che imita perfettamente quelli preesistenti davanti al castello. Da allora sembra che la piazza sia sempre stata così.

E il santo straniero che ci ha offerto la sua ombra? Semplice. Ricorderete che gli spagnoli che avevano spodestato gli Sforza furono a loro volta cacciati dagli austriaci. E anche i nuovi padroni sentirono l'esigenza di lasciare un segno di sé in quella piazza così irresistibilmente bella. Ma sembrava impossibile toccare l'architettura del luogo senza rovinare tutto, così si limitarono a quella presenza simbolica: un santo mitteleuropeo, giusto per dire «Siamo stati qui anche noi.» Cacciati anche gli austroungarici, lo stato unitario ha provveduto a mettere il suo timbro sulla piazza sostituendo la vecchia pavimentazione con quella che osserviamo oggi. Guardatevi bene intorno un'altra volta. Vedete, anche noi contemporanei in qualche modo segnaliamo la nostra presenza. Non con palazzi, né con santi o acciottolati: noi ci abbiamo messo i tavolini e gli ombrelloni dei bar. Tutto sommato, potevamo fare di peggio.



Golosità ducali

Mangiar bene fa parte del buon vivere, e a Vigevano non si negano nulla. Se volete portarvi a casa un pezzo di storia in forma di dolce andate alla pasticceria Dante, in via Dante Alighieri 6 oppure in via Madonna Sette Dolori 11 (chiuse il martedì). Il signor Dante e i figli producono il Riso del Moro un dolce la cui ricetta è stata ricostruita sulla base di documenti storici. Fra gli ingredienti, il riso della Lomellina, cedri canditi, mandorle e acqua di rose.

Se visitate la città in occasione del Palio (in ottobre, quest'anno dall'8 all'11) o di una delle manifestazioni collegate (per informazioni: www.paliodivigevano.it, tel 0381 690370) potete assaggiare un altro dolce storico: la Torta cotignola, a base di mandorle e mele cotogne.


Pranzare fuoriporta

Vigevano è nel cuore della Lomellina, una delle prime zone europee a introdurre la coltivazione del riso. Le risaie con i loro paesaggi suggestivi sono un motivo in più per uscire dalla città e pranzare in un ristorante fuoriporta. Il "Ludovico il Moro", alla Sforzesca è uno dei migliori. La signora Franca è orgogliosa delle sue specialità d'oca: dai tortelli fatti in casa al risotto ai funghi e speck d'oca. E poi petto d'oca al pepe rosa o alle castagne. E anche il fois gras è fatto in casa. Per un pasto completo accompagnato da vini locali si spendono 20-25 euro, ma nei giorni feriali a mezzogiorno si può avere anche un menù fisso da 12 euro. E dopo il pranzo potete fare una passeggiata intorno alla cascina ideale di Ludovico. Purtroppo una buona parte è in rovina, ma quello che rimane vale la visita.

Se invece preferite una passeggiata lungo il Ticino, fermatevi in una una qualsiasi delle molte trattorie vicino al fiume. Le vedete dalla strada, a seconda della stagione trovate tutte le specialità locali, sempre molti risotti, e comunque non sbagliate mai.


Giocare con le macchine di Leonardo

È nata come risultato dell'hobby di un gruppetto di amici, poi ha avuto un successo insperato ed è diventata un'esposizione permanente. Ospitata nel Mulino di Mora Bassa (strada Mora Bassa 38), l'esposizione delle macchine di Leonardo presenta 30 modelli costruiti artigianalmente sulla base dei disegni nei codici vinciani. Con una caratteristica insolita: i visitatori sono incoraggiati a toccare e mettere in funzione le macchine. I bambini di tutte le età ammirano, imparano e si divertono. Aperta sabato e domenica, 10.30-18.30 orario continuato. Nei giorni feriali su prenotazione per scolaresche e gruppi.
Info: tel. 3355207542, www.macchinedileonardo.com.