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Gran Sabana, Venezuela

Un viaggio avventura nella selvaggia Guayana a sud dell’Orinoco

Il mondo ritrovato

di Flavio Grassi

 

Cercatori d’oro che sperperano i guadagni di settimane in una notte, indios che non parlano altro che la loro lingua tribale, militari in addestramento, missionari, transfughi fuggiti dalla città in cerca di una vita nella natura: sono i protagonisti di un mondo che, nonostante automobili, aerei e telefoni cellulari resta lontanissimo dal nostro, oggi come quando Arthur Conan Doyle immaginò che sui suoi strani monti piatti vivessero ancora i dinosauri.

Ormai nessuno chiama più San Isidro con il suo nome. Anche le carte riportano il nome che, da sempre, tutti usano per riferirsi a questo villaggio: "Km 88". Qui, fino a pochi anni fa, terminava il tratto asfaltato della strada statale «10-sur» dello stato di Bolivar. Chi voleva proseguire verso sud fino a Santa Elena de Uairen, al confine con il Brasile, doveva affrontare 250 chilometri su una pista sterrata, attraversando i fiumi più importanti a bordo di chiatte e arrangiandosi a guadare i corsi d'acqua minori. Ora la strada è completamente asfaltata, ma non per questo il Km 88 ha perduto la sua aria da avamposto di frontiera. È ancora l'ultimo villaggio dove puoi fare benzina, e la maggior parte dei suoi abitanti sono ancora cercatori d'oro.

Come El Callao, Mundo Nuevo, El Dorado e molti altri villaggi che abbiamo toccato dopo la partenza da Ciudad Guayana, il Km 88 deve il suo sviluppo alla febbre dell'oro. Alla fine del secolo scorso, per incoraggiare la colonizzazione di un territorio largamente inesplorato, il governo venezuelano autorizzò il libero sfruttamento delle ricchezze del sottosuolo: oro ma anche, e soprattutto, diamanti.

Oggi è sabato, un giorno molto speciale al Km 88. Già dalle prime ore del mattino è tutto un affaccendarsi in un'atmosfera carica di attesa e di eccitazione trattenuta. Per tutto il giorno cercatori giovani e meno giovani entrano nelle botteghe di «peluqueria» con la barba di una settimana e ne escono con le guance rasate e i capelli impomatati. Camicie dai colori sgargianti e pantaloni attillati sostituiscono maglioni informi e jeans logori. I proprietari dei ritrovi controllano i generatori elettrici che dovranno restare accesi molto più a lungo del solito. Centinaia di bottiglie di birra passano dalle casse impilate per terra ai frigoriferi.

La grande festa esplode dopo il tramonto. Mazzetti di banconote, i guadagni di intere settimane di lavoro, passano da una tasca all'altra intorno ai tavoli da bigliardo e da carte. Musica, birra e rum sciolgono la lingua e la fantasia. Così sembra quasi vero che l'inesauribile filone d'oro, lo sfavillante giacimento di diamanti siano ormai a portata di mano. Forse la ricchezza arriverà già la prossima settimana, o forse l'altra, o l'altra ancora. Ma prima o poi arriverà. Basta crederci, e loro ci credono. Promettono favolosi regali alle ragazze che concedono balli e baci e ascoltano le promesse, e ci credono anche loro. Almeno una volta la settimana, almeno con la fantasia, tutti abbandonano la baracca con il pavimento di terra per una lussuosa casa in città.

Capita anche che il sogno si si realizzi, che qualcuno faccia davvero il colpo grosso. Come il leggendario James Teòfilo Hudson, detto «Barabba», che negli anni '30 trovò il «Libertador», una pietra di 155 carati, la più grossa mai scoperta in Venezuela. La vendita del diamante gli fruttò la bellezza di 60.000 dollari, una vera fortuna in quei tempi. Fortuna della quale il giovane cercatore riuscì allegramente a disfarsi in breve tempo, tanto che fu poi costretto a investire gli ultimi Bolivares che gli erano rimasti per comprare un taxi. Ma almeno lui aveva provato l'ebrezza del denaro e poté poi campare decorosamente da autista per il resto della vita. La maggior parte dei disperati che inseguono il suo stesso sogno finisce molto peggio.

Quando lasciamo il Km 88, sopra le pozzanghere di fango oleoso aleggia una leggera nebbia mattutina. La strada si arrampica fra due muri compatti di vegetazione tropicale. Dietro una curva troviamo il cartello che ci dà il benvenuto nella Gran Sabana. Ed eccola la savana, un immenso spazio aperto che si stende davanti a noi. Non c'è transizione: il passaggio dalla penombra della giungla alla luce accecante di questa distesa interrotta soltanto dai lontani cilindri dei tepuy è istantaneo, come uscire da una galleria in autostrada.

Per noi, abituati alle vette aguzze dei paesaggi alpini, è persino difficile pensare ai tepuy come a vere montagne. Questi immensi blocchi di roccia con le pareti verticali e la cima piatta fanno pensare piuttosto a isole che affiorano da un mare prosciugato. La loro sommità è una vasta pianura sulla quale piante e animali vivono completamente isolati dall'ambiente circostante. Secondo gli indios, erano la casa degli dei. Ma in tempi più vicini a noi Arthur Conan Doyle, il creatore di Sherlock Holmes, ha espresso il fascino che i tepuy esercitano anche su chi vede il mondo in maniera scientifica.

Nel suo romanzo "Il mondo perduto", lo scrittore immagina che in cima ad uno dei più grandi tepuy vivano ancora i dinosauri. Come un gigantesco Jurassic Park, con la differenza che i lucertoloni preistorici non sono stati ricreati in laboratorio. Sono sopravvissuti all'estinzione grazie all'isolamento del loro mondo. E insieme a loro vive una razza di uomini pacifici e ospitali. Come in ogni buon romanzo d'avventure, ci sono anche mostri carnivori e feroci ominidi che minacciano continuamente la sopravvivenza dei buoni. E ci sono gli avidi uomini civilizzati che cercano ricchissimi giacimenti di diamanti.

Un centinaio di chilometri a sud del Km 88 incontriamo un posto di blocco dell'esercito. I militari qui sono dappertutto. Sono loro che hanno costruito le strade. Ufficialmente, perché questa è una zona di addestramento delle truppe. In realtà, la forte militarizzazione deriva dalla vicinanza del confine con la Guyana. L'attuale linea di confine è contestata dal Venezuela, che reclama la propria sovranità fino al corso del fiume Esquibo.

Siamo all'interno di un parco nazionale e, esercito a parte, solo ai nativi è concesso di erigere costruzioni e svolgere attività commerciali. Anche la locanda di Kamoiran (l'unica di tutto il percorso) è gestita da una famiglia di Pemòn. Durante la cena ascoltiamo un vecchio indio che racconta qualcosa a un gruppo di bambini. Non comprendiamo la sua lingua ma, a giudicare da come i piccoli ascoltano con il fiato sospeso, il racconto deve essere affascinante e pauroso. Forse si tratta di una storia del dio Kanaima.

Kanaima, la principale divinità della religione pemòn, è un demone malevolo e violento. Quando sfiora la testa di qualcuno gli provoca un'emicrania. Un suo colpo sul petto, ed ecco scoppiare la polmonite. A volte Kanaima decide di entrare nel corpo di un animale, come un serpente velenoso, che subito si affretterà a mordere qualcuno. È proprio a causa delle continue vessazioni del dio che gli uomini invecchiano e muoiono.

In realtà, almeno qualcuno dei guai di salute che vengono attribuiti alla divinità, gli indios se lo procurano da soli, con la loro tecnica di pesca col barbasco, un veleno estratto da una pianta. I pescatori immergono in acqua un sacco di tela che contiene il preparato. Sciogliendosi, questo uccide i pesci, che vengono a galla e possono facilmente essere raccolti. Ma uccide anche le uova e danneggia la vegetazione. E, soprattutto, avvelena la carne dei pesci provocando a chi la consuma, fra l'altro, un'alta incidenza aborti spontanei.

Quando mancano solo pochi chilometri per arrivare alla cascata Torom, la pista si interrompe sulla riva di un torrente impetuoso. Fra le rocce sbucano alcune travi di ferro che evidentemente erano state posate per facilitare il passaggio nei punti peggiori. Ma devono essere state spostate da una piena e non sono ancora state rimesse a posto. Entriamo in acqua, misuriamo, cerchiamo percorsi alternativi. Alla fine, delusi, siamo costretti a rinunciare. Non c'è modo di passare con la jeep, e proseguire a piedi ci porterebbe via troppo tempo.

Ci va meglio con un'altra cascata, la spettacolare Chinak Meru. Nemmeno questa è raggiungibile con la macchina. Ma, arrivati al villaggio di Iboribò troviamo un indio che ci traghetta attraverso il fiume Aponguao a bordo di una canoa scavata in un tronco. Al ritorno, il barcaiolo ci chiede un passaggio per sé e sua moglie a bordo della nostra Toyota. La donna (ma abbiamo il sospetto che secondo i nostri criteri sia poco più che una bambina) tiene in braccio suo figlio, che ha il viso coperto di croste. Un po' con uno stentato spagnolo, un po' a gesti, ci fanno capire che si tratta di punture di insetti che il piccolo ha grattato fino a provocarsi una infezione. Prima di depositarli accanto alla loro capanna di fango, gli lasciamo qualche pomata.

Proseguiamo per la missione di Kavanayen. Dopo 60 Km su una pista che nella stagione delle piogge diventa impraticabile, fa uno strano effetto entrare in questo villaggio lindo e ordinato, con casette in muratura disposte attorno a una piazza che ospita un piccolo campo sportivo. Intorno, all'ombra di alberi ben curati, panchine e automobili parcheggiate a spina di pesce. Le macchine però non sono degli abitanti del villaggio né dei missionari. Siamo capitati a Kavanayen durante una delle periodiche visite del sindaco, e le automobili sono quelle del suo seguito.

L'intero territorio della Gran Sabana è un unico grande comune con una popolazione totale di poche migliaia di persone, la maggior parte delle quali non lascia mai il proprio villaggio. Se gli amministratori restassero nella sede del municipio, a Santa Elena de Uairen, molti abitanti non saprebbero neppure dell'esistenza di un sindaco.

Del resto, ciascun villaggio ha una certa autonomia ed è retto da un capitan, istituzione ereditata dalle tradizioni tribali. È una carica dai confini molto incerti, priva di una vera e propria investitura ufficiale. Verso gli abitanti del villaggio, il capitan non ha potere coercitivo. Il suo è più il ruolo di un anziano che governa attraverso l'autorità che gli viene riconosciuta dagli altri. Anche i criteri per l'elezione sono molto variabili: a volte si tratta semplicemente di qualcuno che sa parlare un po' di spagnolo e può così fare da tramite fra gli indigeni e le autorità.

Gli abitanti di Kavanayen sono tutti riuniti con il sindaco e i suoi consiglieri. L'assemblea si svolge dentro la missione, sotto la grande tettoia della lavanderia pubblica. Si discute di stanziamenti per migliorare l'illuminazione stradale, di manutenzione dell'acquedotto, di un bando di concorso per un nuovo stendardo municipale.

Dopo i villaggi che abbiamo attraversato negli ultimi giorni, Santa Elena de Uairen, con i suoi mille abitanti o poco più, sembra una vera città. C'è una stazione di servizio, due o tre alberghi (modesti, certo, ma veri alberghi) e qualche ristorante dove si può scegliere cosa mangiare invece di vedersi automaticamente mettere davanti l'unico piatto del giorno, piatto del quale alla fine rinunci a cercare di capire cosa contenga, tanto l'unico sapore discernibile è quello dell'aglio.

Da qui si può proseguire verso sud, passando in Brasile oppure, come facciamo noi, ci si può addentrare nei monti verso Icabaru, poco più di 120 Km ad ovest di Santa Elena.

A Betanìa, dopo quaranta chilometri di strada sterrata attraverso la foresta, troviamo il capitan, señor Fernandez, chino sul motore della sua Toyota. Da qualche giorno il motore dell'unico mezzo di trasporto esistente nel villaggio gli sta creando qualche problema. Fa quello che può, poi richiude il cofano e chiama un ragazzino, che prende un bastone e corre a battere su una vecchia bombola del gas appesa a un albero. Dalle casupole escono altri bambini. Il señor Fernandez ci saluta, è anche il maestro, e quella che ha fatto suonare era la campana di inizio delle lezioni.

Oltre Betanìa le condizioni della strada peggiorano bruscamente. A tratti sembra di guidare sul letto di un torrente di montagna. Un po' a fatica, raggiungiamo Peraitepuy, nel cuore della zona più ricca di giacimenti diamantiferi. Qui non ci sono i cercatori romantici e disperati che abbiamo incontrato altrove, né le loro sgangherate baracche di lamiera recuperata chissà dove. I minatori di Peraitepuy sono dipendenti della grande compagnia che ha la concessione per l'estrazione dei diamanti. Vivono in un villaggio di casette tutte uguali sulla cima di una mesa.

A parte qualche isolata famiglia pemòn, gli unici altri abitanti di Peraitepuy sono i militari della guarnigione. Durante la sosta all'immancabile posto di controllo, il soldato ci dà la pessima notizia che, rispetto a quello che ci aspetta più avanti, la strada che abbiamo percorso fin lì «es l'autopista», è un'autostrada.

Non esagerava. Dopo essere riusciti a coprire 25 chilometri in tre ore, rinunciamo proseguire. Comunque, da quanto ci raccontano a El Pauji, dove ci siamo fermati, Icabaru è un centro minerario non molto diverso da Peraitepuy. Questo è anche il motivo per cui la strada è praticamente inutilizzabile. Per gli spostamenti dei loro dipendenti le grandi compagnie trovano più economico e sicuro servirsi di piccoli aerei a elica. Così questa rimane una delle zone più isolate del Venezuela.

E questo è proprio il motivo per cui gli abitanti di El Pauji hanno scelto di viverci. Qui non troviamo né indios né avventurosi cercatori. El Pauji è una comunità di bianchi nati a Caracas e nelle altre grandi città del paese. Non si tratta di «hippies» come pensavano i militari che li perseguitarono nei primi tempi. Sono impiegati e professionisti, che hanno abbandonato la città per far crescere i figli a contatto con la natura in un ambiente incontaminato. Si dedicano con successo alle attività agricole e, soprattutto, all'apicoltura. Ma non disdegnano il turismo. Oltre ai ristoranti e agli alloggi spartani che esistono fin dalla nascita dell'insediamento, da qualche anno sono sorti un paio di alberghi di discreto livello, ciascuno con il proprio eliporto. E qui si trovano guide che possono condurre i visitatori alla scoperta di angoli di straordinaria bellezza, per la gioia chi sa godere l'emozione di inoltrarsi nella foresta guidati dal rumore di una cascata, di risalire il corso di un torrente che scorre su un letto di diaspro, di scambiare un saluto con persone che riposano nella loro amaca stesa fra due alberi in una radura, di vedere in cima a una lontana collina una capanna isolata che si staglia contro il cielo.

Luoghi che, con un po' di fortuna, forse sono destinati a restare per sempre un "mondo perduto", lasciato lì perché possiamo ritrovarlo e ricordare che anche nella nostra epoca di informazione in tempo reale e autostrade informatiche, la realtà vera continua a essere più grande e affascinante di qualsiasi realtà virtuale.



Vedi anche:

Guida Venezuela

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