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Patagonia, Argentina

Ushuaia, la Terra del Fuoco, e il maestoso ghiacciaio Perito Moreno

In fondo al mondo

di Stefano Riva

 

L’estremità meridionale del continente americano è una delle aree meno popolate e più affascinanti del nostro pianeta. Qui, fra spazi immensi e paesaggi selvaggi, è ancora possibile sentire il respiro della Terra.

Ushuaia è la città più a sud del mondo. Qui terminano la Ruta 3, la strada che percorre tutta la costa dell'Argentina, e la Carretera Panamericana, che risale la costa occidentale delle Americhe fino all'Alaska. Le cime innevate che la chiudono alle spalle sono le ultime propaggini della catena delle Ande. Di fronte ha un mare che non si sa più se sia Atlantico o Pacifico. Appena oltre, l'immensità ghiacciata dell'Antartico.

La Terra del Fuoco è un luogo troppo mitico perché arrivarci per la prima volta sia come atterrare in un aeroporto qualsiasi. Scendendo dalla scaletta dell'aereo non possiamo fare a meno di provare una forte emozione. Vaghi ricordi di letture infantili si rincorrono e si mescolano con antiche fantasie di vita avventurosa. Qui siamo ai confini della Terra. Ci aspettiamo di trovare un mondo strano, grandioso e notturno come l'Inferno dantesco nelle illustrazioni di Doré.

Ma la realtà che ci troviamo di fronte non collabora molto con la nostra immaginazione. La realtà di Ushuaia è quella di un disordinato grumo di casette prefabbricate, tetti di lamiera ondulata e tralicci per antenne paraboliche. E, dato che siamo in piena estate, l'aria è tiepida e le giornate sono chiare e lunghissime: è tanto se la notte arriva a durare quattro o cinque ore. Durante uno di questi brevi intervalli di oscurità torna a farsi viva la sensazione di essere ripiombati nella terra affascinante e terribile trovata per la prima volta da Magellano. Qua e là intravediamo bagliori di fiamma che tingono il cielo. Ma sono soltanto i pennacchi di fuoco dei pozzi petroliferi, non i grandi falò che ispirarono il nome dell'isola.

Per la verità, il nome attuale non è quello che Magellano aveva annotato nei suoi diari. Scrutando le coste dalla sua nave lui aveva visto solo una miriade di colonne di fumo che salivano da ogni angolo dell'isola. Così pensò di chiamarla Tierra del Humo, «Terra del Fumo». Fu l'imperatore Carlo V che, da grande comunicatore qual era, più tardi decise che Terra del Fuoco era un nome molto più affascinante - e comunque non ci poteva essere fumo senza fuoco.

Magellano, per parte sua, non solo non aveva visto i falò degli indios, ma non aveva mai messo piede su quella terra e non aveva mai scoperto che si trattava di un'isola. Spinto da una tempesta primaverile - era il mese di ottobre del 1520 - nel canale che separa la Terra del Fuoco dalla Patagonia continentale e che oggi porta il suo nome, aveva mandato un gruppo di uomini in avanscoperta. Il caso volle che le scialuppe approdassero proprio a ridosso della carcassa di una enorme balena morta da settimane. Superata la spiaggia con la sua aria mefitica, i marinai si ritrovarono di fronte a uno spettacolo davvero infernale. Una foresta di duecento pali conficcati nel terreno, e appeso a ciascun palo il cadavere di un uomo.

Ascoltato il rapporto, l'ammiraglio decise di proseguire senza tentare altri approdi. Per un secolo, fino al 1619, quando gli olandesi doppiarono Capo Horn, i cartografi rappresentarono la Terra del Fuoco come se fosse l'estremo lembo del «Continente delle Nebbie», lo sconosciuto Antartico popolato di mostri terribili e giganteschi. Ma anche la scoperta che si trattava di un'isola non bastò a incoraggiare i marinai. La Terra del Fuoco continuò per altri duecento anni a essere un luogo che stimolava più storie fantasiose che esplorazioni.

Così i pochi che decidevano di approdarvi finivano per essere tanto imbevuti di leggende e pregiudizi che continuavano a propagarle, come se non riuscissero a vedere con i propri occhi. Persino il grande Darwin fu vittima di questa strana maledizione. Lo scopritore dell'evoluzione aveva un problema che esponeva la sua teoria a severe critiche: il salto evolutivo fra le scimmie e l'uomo sembrava troppo grande. Così, quando nel 1830 visitò la Terra del Fuoco, si convinse senz'altro che gli abitanti fossero il famoso «anello mancante». Li descrisse come ominidi privi del più elementare linguaggio: i suoni che emettevano, a lui non sembravano altro che grugniti senza significato. La realtà, ovviamente, era ben diversa.

L'isola era abitata da quattro popolazioni distinte. Due gruppi occupavano le pianure, e vivevano cacciando il guanaco, gli altri due erano dediti soprattutto alla pesca. Parlavano lingue diverse, tutte dotate di un vocabolario molto ricco e di costruzioni sintattiche complesse. Darwin non avrebbe potuto sbagliarsi in maniera più plateale, ma le sue osservazioni finirono per giustificare il sistematico sterminio che gli indios subirono a partire da una cinquantina d'anni più tardi.

Verso la fine del secolo scorso qualche allevatore inglese cominciò a rendersi conto che il clima della Terra del Fuoco non si allontana molto da una eterna primavera, e che i pascoli delle pianure sono ricchissimi. Cominciarono a importare qualche gregge di pecore, e constatarono che vivevano magnificamente. Così, una dopo l'altra, le estancias, le grandi fattorie, occuparono gran parte del territorio. Gli indios, che continuavano a scorrazzare per le pianure come facevano da diecimila anni, erano un problema. Molti proprietari di estancias assoldarono dei «cacciatori» che venivano pagati un tanto per ciascun indio abbattuto. Finché alcuni missionari, un po' nel tentativo di fermare lo sterminio, un po' per facilitarsi il lavoro, proposero risolvere il problema deportando tutti gli indios sul vicino isolotto di Navarino, dove finirono per essere decimati dalle epidemie. Oggi si incontrano diversi meticci, ma gli indios di sangue puro si contano, letteralmente, sulle dita di una sola mano.

La Terra del Fuoco, come tutta la Patagonia, è ancora una terra di frontiera, abitata da gente immigrata di recente. Gente sradicata, che non riesce più a sentirsi italiana, inglese, tedesca, svedese o polacca, ma che ancora non è riuscita a fondersi in un insieme unitario.

Gli umani che lavorano nelle estancias e le loro pecore non sono gli unici abitanti ad essere arrivati da poco. Anche alcuni animali selvatici sono stati introdotti pochi decenni fa. È il caso, per esempio, dei castori. Portati qui da un governatore di origine canadese, hanno trovato un ambiente ideale e si sono moltiplicati con una velocità impressionante. Tanto che hanno cambiato il paesaggio di molte aree. Le loro dighe sbarrano fiumi che prima scorrevano liberi, con il risultato che le acque sono uscite dal loro letto e intere vallate si sono trasformate in paludi.

È vero, la Terra del Fuoco è diversa da come ce l'aspettavamo. Certo, ci sono i cormorani, le foche e i simpatici leoni marini, alcuni paesaggi sono bellissimi, ma tutto sommato la cosa più notevole è il vuoto delle grandi pianure. Eppure, sarà forse perché anche noi restiamo abbarbicati alle nostre fantasie romantiche, ma sentiamo che quando saremo tornati a casa sentiremo nostalgia di questo luogo così poco terribile. E allora ci pieghiamo alla «tradizione» che pare inventata apposta per noi turisti, e sfidiamo le spine dell'arbusto di calafate per raccoglierne e assaggiarne le bacche: pare che solo chi compie questo rito abbia poi la speranza di tornare.

Torniamo sul continente e, qualche centinaio di chilometri più a nord, sulla costa nei pressi della Penisola Valdés, troviamo la più grande colonia di pinguini a nord dell'Antartico. Basterebbe assistere da vicino alla vita di questi buffi esseri che si fatica a considerare uccelli per mettere da parte, almeno temporaneamente, la nostalgia per la Terra del Fuoco. Ma dobbiamo ancora vedere lo spettacolo che più di tutti ci resterà negli occhi e nell'udito a emblema della Patagonia.

Abbiamo letto tante volte che un ghiacciaio è un mondo vivo. Ma un conto è leggerlo, un conto è essere davanti a uno dei più grandi ghiacciai del mondo e sentirlo respirare. La parte bassa del Perito Moreno, che arriva al Lago Argentino, è una grande barriera a picco con un fronte di quattro chilometri e un'altezza di 60 metri. Se fosse di roccia sarebbe una scogliera notevole. Ma è fatto di ghiaccio. Restiamo incantati a osservarlo e ad ascoltare il rombo cupo degli iceberg che, come ogni estate, si staccano per poi allontanarsi galleggiando un po' incerti sulle onde. Poi tornerà l'inverno, e il ghiaccio si formerà di nuovo.

Fino a pochi anni fa, il Perito Moreno era uno degli ultimi ghiacciai in costante crescita. Inverno dopo inverno, i ghiacci avanzavano conquistando una parte sempre più ampia della superficie del lago. Ad un certo momento si saldavano con la riva creando uno sbarramento che divideva il lago in due. Dietro questa diga di ghiaccio il livello dell'acqua saliva, accumulando una enorme energia. Quando la pressione diventava eccessiva, l'acqua sfondava la barriera facendo nuovamente arretrare il ghiacciaio, che la stagione successiva ricominciava ad avanzare. Il ciclo durava tre-quattro anni, e ogni volta il Perito Moreno riprendeva la sua ostinata crescita da un punto più avanzato. Ma ora il riscaldamento dell'atmosfera ha colpito anche questo gigante. L'ultima volta che il ghiaccio è riuscito a saldarsi con la riva risale al 1988. Negli inverni scorsi c'è andato vicino più volte, ma alla fine non è mai successo. Forse la rottura dei ghiacci è uno spettacolo che abbiamo perso per sempre. Ma forse no. Nonostante tutto il vecchio colosso è uno dei pochissimi ghiacciai a conservare un ciclo di crescita, un po' arretra e un po' avanza: forse è un po' in affanno, ma respira ancora.



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Guida Argentina

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