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Marrakech, Marocco

Il fascino della più favolosa fra le antiche capitali imperiali

I lussi del deserto

di Flavio Grassi

 

incantatore di serpentiPoche città al mondo hanno un nome che da solo è capace di evocare una folla di immagini favolose e contrastanti come quelle che ti si accavallano davanti agli occhi alla sola menzione di Marrakech. Immagini viste o solo fantasticate: lussi senza tempo e miserie altrettanto eterne; colori chiari come il sole e vicoli dove la luce sembra un nemico dal quale difendersi; profumi raffinati di spezie e d’agrumi e odori grevi di pelli e animali.

Marrakech, la più meridionale delle città imperiali del Marocco, la porta che mette in comunicazione il nord popoloso con il grande vuoto del deserto, riesce a essere tutto per tutti: luogo di mercato per le genti del deserto, buen retiro per capi di stato e magnati dell'industria, punto d'incontro per generazioni di ribelli e tappa obbligata per turisti frettolosi. In gran parte, questa incredibile capacità di riunire e tenere insieme tutto e il contrario di tutto ha il suo fulcro nella Jemaa el-Fna, la grande piazza simbolo della città. Poi ci sono i suk, con i suoi mercanti appollaiati dentro botteghe piccole come loculi. E infine, c'è un albergo che sin dalla sua costruzione, oltre settanta anni fa, è uno dei massimi monumenti di Marrakech.

Venditori di acquaDi giorno la Jemaa el-Fna è soprattutto un enorme spazio aperto. Non che non vi sia gente, tutt'altro. Ma le dimensioni della piazza sono tali che prima di ogni altra cosa vedi il vuoto e il banale asfalto della pavimentazione: come una fiera di paese per la quale organizzatori ottimisti abbiano messo a disposizione un parcheggio troppo grande. Poi guardi meglio e cominci a vedere le immagini che hai già visto cento volte nelle fotografie delle riviste, sulle cartoline degli amici, sui cataloghi dei tour operator. I venditori d'acqua sono pittoreschi, ma sono anni che il loro reddito deriva dalle mance obbligatorie per le foto scattate dai turisti piuttosto che dal dissetare i musulmani con la ciotola di rame e gli ebrei con quella di latta. Anche il dentista con i molari ammucchiati sul tavolo a testimonianza della sua grande esperienza sembra attento a tener d'occhio gli obiettivi delle macchine fotografiche più che improbabili pazienti. Lo stesso vale per i cammellieri che si aggirano tra le automobili parcheggiate in un angolo della piazza, e per l'incantatore di serpenti. Ti viene il sospetto che la piazza sia un grande spettacolo per turisti sorretto ormai da una fama che non merita più e, per consolarti, ti immergi nei suk della città vecchia.

SukL'ingresso della medina è su uno dei lati della Jemaa el-Fna. Qui, il labirinto di vicoli tortuosi in perenne penombra non tradisce le aspettative. Il suk non è solo un mercato dove si vendono le merci. È anche il luogo dove le merci si producono, il centro vitale di una economia basata su un artigianato dove quello che conta non è la tecnologia degli attrezzi ma l'abilità delle mani che eseguono il lavoro. Lavoro svolto in pubblico, esibito con orgogliosa naturalezza. Mentre cammini distratto dalle mille sensazioni che ti si accavallano intorno, ti senti bloccare da un grido. Ti volti e vedi un ragazzino che ti indica sorridendo il sottile filo colorato nel quale stavi per inciampare: è cotone da cucito che lui sta avvolgendo sul rocchetto che tra pochi minuti sarà in vendita insieme a cento altri. I suoi unici strumenti di lavoro sono un gancio appeso al muro per reggere la matassa e un minuscolo aggeggio a manovella che il ragazzo manovra con consumata abilità. Chissà poi per quale bottega lavora fra quelle, tutte uguali, allineate lungo questa strada.

Tanto sono aperte le botteghe e i laboratori artigianali quanto sono impenetrabili le abitazioni. Se appena svolti in uno dei vicoli non occupati da un suk, ti ritrovi a camminare fra due muri privi di qualsiasi apertura, tranne qualche finestrella minuscola e comunque chiusa. Sai che al di là di quei muri ci sono cortili deliziosi, spesso impreziositi da un albero o da un piccolo giardino. I cortili interni dai quali le case ricevono tutta la luce necessaria sono invisibili agli estranei, salvo che si riesca a essere tanto fortunati da rubare uno sguardo proprio mentre uno dei pesanti portoni di legno massiccio si apre in fretta per lasciar passare qualcuno.

Anche i cortili delle moschee sono riservati ai fedeli, gli altri possono solo immaginare i mosaici, le maioliche e le fontane che decorano il loro interno. Curiosamente, il divieto di accesso - che non ha affatto basi religiose e infatti in altri paesi islamici non esiste - è una tradizione che risale all'epoca del dominio coloniale francese. Fu il governatore francese Lyautey, lo stesso che ha il merito di aver salvato le città vecchie del Marocco imponendo l'obbligo di erigere tutte le nuove costruzioni fuori dal perimetro della medina, a decretare il divieto per i non musulmani di entrare nelle moschee. Ma la cosa è tanto in sintonia con il senso di riservatezza dei marocchini che ormai nessuno ricorda più che deriva dall'editto di un francese, e tanto meno pensa di revocarlo.

Vagando da un suk all'altro a un certo punto ti ritrovi in una via del che ha un'aria strana, del tutto diversa da quelle che hai percorso finora. Non è un angusto vicolo stretto fra mura compatte ma una strada larga, ariosa, coperta da stuoie attraverso le quali il sole penetra frammentato in lame sottili. Fra una stuoia e l'altra intravedi i piani superiori delle case e ti accorgi che hanno grandi finestre e persino qualche balcone. È il segno inequivocabile che sei entrato nella mellah, il quartiere ebraico costruito in gran parte nel 1500, quando a Marrakech abitava una forte comunità israelita.

Jemaa el FnaEd ecco di nuovo la Jemaa el-Fna. Nel frattempo si è quasi fatta sera, e la piazza si sta rapidamente trasformando. Nel giro di pochi minuti buona parte della piazza viene occupata da lunghe file di bancarelle ordinatamente allineate. Ai bordi ci sono quelle cariche di enormi piramidi di arance da spremere sul momento: bastano pochi dirham per un grande bicchiere di spremuta fresca. Poi ci sono le bancarelle che vendono zuppa, quelle dove si mangiano le salsicce di montone, quelle dove si frigge il pesce e quelle che offrono un dolce speziatissimo accompagnato da un tè altrettanto denso di aromi. Ogni bancarella è una specie di cucina da campo specializzata in un unico tipo di piatto, qualcuna - poco più grande delle altre - offre un menù appena più articolato. Gli avventori siedono sulle panche intorno alla cucina e quando hanno finito, se hanno ancora fame, si spostano da un'altra parte per la portata successiva. I turisti seduti ad assaggiare le proposte di questo enorme ristorante all'aria aperta sono pochi. La maggior parte si aggira fra le bancarelle stringendo la borsa con l'aria vagamente smarrita. Fra quelli che si sono lasciati convincere dalla loro guida a provare l'esperienza, i più hanno un'espressione un po' preoccupata. Certo, l'igiene di piatti e posate potrebbe essere parecchio più accurata, ma vale davvero la pena di lasciarsi coinvolgere.

Ma la sera della Jemaa el-Fna non è fatta solo di banchetti ristorante. È uno spettacolo fantamagorico di giocolieri, acrobati, donne che leggono la fortuna nelle carte, sulla mano, nei fondi di caffè. E poi musici, cantastorie, uomini forzuti, ammaestratori di scimmie, pugili dilettanti e tutto quanto può attirare l'attenzione almeno di una piccola parte delle quasi trentamila persone che popolano la piazza ogni sera. Qualcuno degli spettacoli, forse, è rivolto soprattutto ai turisti. Forse. Perché, dovunque, gli spettatori locali sono in netta maggioranza. E i vecchi che in berbero raccontano storie antiche come il mondo non lo fanno certo per nostro uso e consumo.

Dopo che ti sei lasciato andare all'orgia di vita della piazza in una sera qualsiasi, ti rendi conto di quanto fosse stato frettoloso il primo giudizio: la Jemaa el-Fna è una realtà incredibile e viva oggi come cinque secoli fa, quando prese quel nome apparentemente così incongruo che vuol dire «piazza dei Morti». Fu battezzata così perché un emiro aveva l'abitudine di esporre proprio qui le teste dei giustiziati, in modo che le potessero vedere tutti: i cittadini come i pastori scesi dalle montagne, i nobili e i miserabili, i sudditi e gli stranieri di passaggio.

Non sappiamo se anche Winston Churchill fosse un abituale frequentatore della piazza. Forse sì, forse anche lui qualche volta si sarà lasciato tentare da una fumante salsiccia di montone. Di certo, comunque, fu uno dei più appassionati sponsor del terzo degli elementi che rendono Marrakech una città assolutamente unica: l'hotel Mamounia. Un albergo che è riuscito a diventare una leggenda quando ancora gli europei ignoravano l'esistenza della città o quasi. Gli hippy che venivano a Marrakech negli anni settanta non lo sapevano, ma in gran parte il loro viaggio era dovuto alla fama di quell'albergo dove non avrebbero mai messo piede. Churchill non riusciva a stare lontano dalla sua suite per un anno intero. Veniva qui e passava lunghe ore sulla terrazza a dipingere il paesaggio, con la conca di Marrakech contornata dalle cime innevate dell'Atlante. Ancora prima che da Churchill l'albergo era stato scoperto da artisti come Henri Matisse, divi del cinema come Marlene Dietrich, scrittori come Elias Canetti. Alcuni di loro hanno smesso di frequentare La Mamounia solo dopo essersi innamorati della città al punto da comprarsi una villa: come Yves Saint Laurent, Paul Getty, Alain Delon e tanti altri. È così che l'incessante passaparola sul favoloso albergo ha portato alla ribalta dell'immaginario collettivo la città che, quando l'albergo è stato costruito era un avamposto coloniale che in Europa nessuno o quasi aveva sentito nominare. Certo oggi ci sono altri alberghi di altissimo livello in città, qualcuno forse anche più lussuoso del Mamounia. Ma non si può lasciare Marrakech senza aver almeno preso un caffè nel salone decorato con le tele del pittore dilettante Churchill accanto a quelle di artisti veri come Matisse.



Vedi anche:

Guida Marocco

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