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Bangalore, Karnataka, India

Gli affascinanti contrasti della più tecnologica fra le città indiane

Il computer e il toro di Shiva

di Flavio Grassi

 

Il primo impatto con Bangalore è sconcertante. La città portabandiera della modernità tecnologica di un paese che vuole lasciarsi alle spalle la vecchia immagine legata alla povertà sembra quasi una metropoli occidentale, solo più caotica. Ma basta poco perché sotto l’apparente scarsità di attrattive si manifesti in tutta la sua forza il fascino più profondo dell’India.

Una delle motivazioni più forti dietro un viaggio in India è quasi sempre la ricerca di quella sensazione vaga, difficilmente afferrabile, che di solito si riassume nell'espressione «sentire di essere in India». È la droga del viaggiatore, l'emozione indotta dallo straniamento, dal sentirsi immersi in quello che sembra un affascinante quanto incomprensibile universo parallelo governato da leggi di natura diverse da quelle che guidano ogni giorno le nostre vite occidentali. Emozione che i viaggiatori di tutti i tempi hanno sempre provato forse più intensamente in India che in ogni altra parte del mondo, fino a fare dell'India il viaggio esotico per antonomasia. Sorprendentemente, è una sensazione che al primo approccio con il Karnataka tarda a farsi sentire. Ma quando arriva - e basta aspettare un poco - è più forte di quanto ti potessi aspettare, più intensa di quella che ti prende immediatamente in altre aree del subcontinente.

International Tech Park È Bangalore, la capitale dello stato, a smorzare l'impatto emotivo iniziale. Bangalore è in gran parte una città moderna, fatta di grandi viali intasati di traffico, palazzoni scrostati e rigati dalla pioggia come quelli dei quartieri di periferia di una qualsiasi grande città che si alternano ai nuovissimi complessi di uffici luccicanti di vetro e acciaio. Qui c'è poco di quelle testimonianze di antiche civiltà perdute che noi turisti di solito cerchiamo quando cambiamo continente. La città è nata da un forte costruito intorno al 1500 da un piccolo re locale e nei secoli seguenti ha spesso cambiato padrone fino a quando gli inglesi decisero di farne la sede del comando militare coloniale del sud dell'India, ruolo che conservò fino all'indipendenza nel 1947. Poi ai militari inglesi si sono sostituiti quelli indiani e ancora oggi l'area storica di Bangalore intorno ai laghetti che in parte ingentiliscono il caos urbano è quasi interamente occupata da caserme.

Ed è proprio all'ingresso di una caserma che trovo una chiave di lettura per comprendere la città e quello che gli sta intorno: Striving for supremacy, «L'impegno per la supremazia» promette l'arco di metallo colorato che corona il cancello del più grande complesso militare in città: l'Air Force Training Command, il quartier generale per l'addestramento dell'aeronautica militare indiana. Aeronautica che, con oltre 600 velivoli da combattimento e 500 fra elicotteri e aerei da trasporto è la quarta del mondo. Qui, a Bangalore, si decidono i programmi di addestramento dei top gun indiani, ai quali gli specialisti di tutto il mondo riconoscono una straordinaria capacità di volare nelle condizioni più estreme, dal volo radente ad altissima velocità sopra i deserti agli slalom fra i ghiacciai himalaiani. Non solo, ma è ancora qui, a Bangalore, che si trovano i più importanti centri di progettazione aeronautica indiana nei cui laboratori, fra l'altro, sta nascendo il primo caccia supersonico interamente indiano.

Orgoglio. Orgoglio tecnologico è quello che senti dovunque in città. Il monumento che gli abitanti ti indicano più volentieri è il nuovissimo Technology Centre, una specie di campus high-tech dove lavorano migliaia di ingegneri informatici impegnati a sviluppare programmi di punta per conto delle grandi multinazionali del software. Partecipi a un ricevimento in un grande albergo e una signora elegantissima nel suo sari colorato ti spiega: «Sì, sappiamo benissimo che l'India è caotica, sovrappopolata e sporca, ma non importa, ora siamo impegnati nel progresso tecnologico, il resto verrà». E va bene, da una signora ricca, che evidentemente trae profitto dal tumultuoso sviluppo delle industrie ad alta tecnologia, te lo puoi anche aspettare. Poi però scopri che la pensano così anche i tassisti, compresi quelli alla guida dei tricicli motorizzati che sciamano per le strade trasportando passeggeri ai quali si richiedono solo poche rupie e nervi saldi per non mettersi a urlare quando sembra che lo scontro frontale con un camion stia diventando inevitabile. Anche loro, i poveri eredi degli antichi conducenti di rickshaw, usano le due parole di inglese che conoscono per spiegarti che questa è la «Silicon Valley indiana» e che è qui a Bangalore che si conservano i backup di tutte le transazioni finanziarie europee e americane.

Non so se sia del tutto vero che la traccia dei miei prelievi Bancomat finisca archiviata su un disco ottico a Bangalore. Può darsi che sia un'esagerazione, ma non importa: quello che conta è che per il senso comune locale è una verità scontata, di quelle che non hanno bisogno di dimostrazione perché lo sanno tutti che le cose stanno così. Se avessi la possibilità di parlare con loro in una lingua comune, probabilmente mi sentirei ripetere le stesse cose anche dai più poveri fra i poveri, i contadini inurbati che dormono accampati in tende di fortuna - teli di plastica blu stesi a cavallo di stecche di bambù e fissati a terra con qualche pietra - all'ombra dei palazzi con le luci al neon e l'aria condizionata. Non è esattamente l'esotico che ti aspettavi ma un poco questa mescolanza di futuro tecnologico e povertà antica comincia a farti sentire l'alito dello spaesamento.

Bull Temple La sensazione si intensifica al Bull Temple. Il tempio è del Sedicesimo secolo, con il portone di ingresso sormontato da una piramide scolpita, secondo il tipico stile dravidico del Sud dell'India. All'interno custodisce un grande Nandi: la figura di un toro accovacciato scolpita in un unico masso di granito alto poco meno di cinque metri e lungo sei. Il Nandi (parola che vuol dire «giocoso») è una delle figure religiose più venerate dell'induismo: è la cavalcatura di Shiva, il dio del cambiamento. Shiva è il distruttore ma anche, e soprattutto, il creatore. Il toro, che è anche una divinità autonoma, è il suo compagno e simbolo naturale: i testi braminici insegnano che entrambi sono caratterizzati dalla loro grande potenza generatrice unita a una temibile capacità di distruggere.

Nei templi indiani non sai mai per certo se i non indù possano entrare o meno. Spesso non lo sanno nemmeno gli indiani, soprattutto quando si tratta di templi non molto frequentati dai turisti come appunto il Bull Temple di Bangalore. Mentre eravamo in auto la guida mi aveva spiegato che avrei potuto guardare il tempio dall'esterno ma non sarei potuto entrare. Ma mentre mi aggiravo davanti all'ingresso alla difficile ricerca di un'inquadratura per una fotografia, il sacerdote mi ha fatto segno di levarmi le scarpe ed entrare.

L'interno è stranamente piccolo e disadorno per una divinità così importante. Ma questo succede spesso in India: nonostante quello che si potrebbe pensare osservando le decorazioni a volte sovrabbondanti, certe pareti dove non c'è un centimetro che non sia scolpito, in generale gli indiani non sono particolarmente ossessionati dai dettagli. Un simbolo è un simbolo e la sua funzione di rimando al divino si dispiega anche se è collocato in un'ambientazione sacrificata. Così il grande Nandi è al centro di un vano poco più grande della scultura: rimane appena lo spazio perché una persona per volta gli giri intorno. In realtà non c'è bisogno di fare altro: lo si venera camminandogli intorno e strofinandogli sopra offerte di olio di cocco. Alla fine del giro, il sacerdote, in piedi sotto un neon industriale che pende un po' storto dal soffitto, recita la benedizione e applica il simbolo del terzo occhio sulla fronte del fedele indù come del visitatore occasionale. E si aspetta qualche rupia di offerta.

Circolare con naturalezza per la città con una machina fotografica al collo e un bollino di polvere rossa in mezzo alla fronte comincia a farti sentire decisamente diverso. Ma il luogo dove esplode in tutta la sua forza la sensazione di essere davvero «arrivati in India» è Mahatma Gandhi Road, o meglio MG Road come dicono gli indiani che amano moltissimo coniare acronimi.

MG Road È il centro della vita commerciale della città, e qui ti colpisce la caratteristica più profondamente diversa della civiltà indiana rispetto alla nostra: la compresenza. Con buona pace di Shiva, in India il nuovo di solito non distrugge e sostituisce il vecchio, si aggiunge all'esistente. Così questo è il paese dove convive un numero incredibile di religioni. Anche perché ogni tanto un guru ne crea una nuova. Molte non sopravvivono al fondatore, altre diventano presenze costanti come il jainismo, fondato quasi tremila anni fa; o si diffondono nel mondo come il buddismo, nato intorno allo stesso periodo del jainismo e in parte poi accolto all'interno dello stesso induismo dal quale si era staccato. Più giovane la religione sikh, fondata nel Sedicesimo secolo. E c'è posto anche per il sincretismo di Sai Baba, che proprio in Karnataka ha il suo centro mondiale.

Ma queste sono riflessioni a posteriori: quello che le ha scatenate è di nuovo una testimonianza dei contrasti abissali che qui entrano tranquillamente nella vita quotidiana. Nell'affollata MG Road mi sono visto comparire davanti una fila di uomini scalzi che spingevano davanti a sé enormi bobine di cavi in fibra ottica. Con abilità da giocolieri hanno schivato il mio taxi e poi in rapida successione: una ragazza velata che parlava al cellulare, una vecchina minuscola accovacciata con le sue poche verdure di fronte a una gioielleria, un bufalo con le corna decorate che passeggiava tranquillo in mezzo al traffico. È l'India, dove i caccia supersonici volano affiancati al toro di Shiva.

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Guida India

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